Risonanze su iniziative nel territorio locale

Bari | 01 Dic 2019

In data 28 settembre l’Ufficio Ecumenismo e dialogo interreligioso e l’Ufficio Pastorale Sociale e del lavoro hanno promosso presso la spiaggia “Pane e Pomodoro” di Bari la Giornata per la Custodia del Creato: nella prima parte, equipaggiati con guanti e foglietti, i partecipanti all’iniziativa si sono attivati nella pulizia della spiaggia (rinvenute moltissime cicche di sigarette e microplastiche) e nella sensibilizzazione dei passanti sulle tematiche della custodia del creato; nella seconda parte, assieme a fratelli e sorelle delle altre confessioni religiose presenti nel territorio locale, si è pregato insieme mediante alcuni testi delle diverse tradizioni spirituali. Tra le varie riflessioni dei rappresentanti delle religioni presenti è emersa quella che l’essere umano anziché governare ha inteso sfruttare la creazione e che occorre recuperare il senso dell’amministrare con responsabilità la nostra casa comune, tutelandone la sua bellezza.

Fabrizio Sforza

“Non si tratta solo di migranti”: il filo rosso della 105a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, quest’anno celebrata il 29 settembre e che l’Arcidiocesi di Bari-Bitonto ha vissuto presso la parrocchia di Santa Maria del Fonte in Bari-Carbonara.
Un’intensa giornata di sana interazione umana e culturale tra circa 300 persone di ben 24 Paesi del mondo quali Costa d’Avorio, Siria, Nigeria, Brasile, Venezuela, Spagna, Burkina Faso, Messico, Albania, Indonesia, Madagascar, Filippine, Croazia, Senegal, Gambia, India, Ghana, Nigeria, Bulgaria, Russia, Hong Kong, Algeria, Georgia, oltre, chiaramente, l’Italia.
In particolare, l’Ufficio Migrantes diocesano – nel quale prestano servizio alcuni componenti del nostro gruppo LMC di Bari – e la comunità parrocchiale ospitante hanno articolato la giornata in diversi momenti a carattere interetnico, fatti di giochi interattivi (volti ad educare i più “piccoli” all’interculturalità), di pietanze e danze tipiche dei vari popoli partecipanti, di riflessioni attraverso l’ascolto diretto di persone immigrate ed emigrate, culminati con la celebrazione eucaristica.
Momenti tutti animati insieme alle stesse comunità etniche ed associazioni presenti sul territorio con l’intenzione comune di riportare al centro LA PERSONA. Perché, per l’appunto, non riguarda solo il migrante o il rifugiato ma, come ci ha indicato papa Francesco, riguarda “TUTTA LA PERSONA e TUTTE LE PERSONE” in quanto tali.
Si tratta di tante situazioni, atteggiamenti e mentalità da assumere, smussare o cancellare: non si tratta di invocare garanzie a beneficio esclusivo di determinati soggetti o di una cinica salvaguardia dei propri “confini” (rectius interessi) fisici, sociali e lavorativi ma si tratta di farsi prossimi a tutte le fragilità materiali ed esistenziali, di studiare forme di garanzia e sviluppo a servizio di tutti senza distinzioni, se non quelle imposte da ragioni di equità, trattandosi, quindi, di dare sostanza alla previsione formale dei principi Personalista e di Uguaglianza come sanciti dalla stessa nostra Carta Fondamentale. Non si tratta di mercificare l’altro ma di convertire il profitto economico sull’altro in profitto umano con e per l’altro, imponendolo come fulcro della condotta personale, prima, e dell’azione politico-amministrativa, poi. Non si tratta di giudicarci l’un l’altro o di farlo sulla base della provenienza socio-culturale o etnica di appartenenza ma si tratta di guardarsi negli occhi, mettersi nei panni e nella prospettiva dell’altro, nel punto di partenza e di cammino della sua storia come incisa dal contesto familiare ed educativo di riferimento per riconoscerne potenzialità, comprenderne limiti e sofferenze, aiutandoci l’un l’altro a “lenire, curare e salvare”; si tratta di rendere visibile chi è stato reso invisibile, “clandestino”. Non si tratta solo di accogliere ma, soprattutto, d’integrare, come si evince dalle stesse testimonianze ascoltate nella seconda parte della giornata rese da coloro che hanno vissuto il distacco, spesso forzato, dalla propria terra d’origine: incroci di storie diverse ma accomunate dall’istinto di sopravvivenza, dalla speranza di assicurare ai propri cari un futuro dignitoso ovvero il rispetto delle prerogative fondamentali – da noi, ormai, date così scontate al punto tale da non scorgerne più il loro valore – nonché dalla volontà d’impegnarsi a fare la propria parte.
Necessità che hanno trovato risposta in una mano tesa, in un’ospitalità, un primo passo certamente importante ma che deve essere seguito dalla creazione di condizioni volte a rendere la persona accolta autonoma, parte integrante e attiva della società altrimenti, oltre che lesivo del migrante, rappresenterà, per la stessa comunità ospitante, sempre e solo un peso, un costo.
In particolare, abbiamo ascoltato David, un ragazzo nigeriano dall’indole simpatica e briosa dietro la quale vi è l’amara esperienza del viaggio – fisico e psicologico – affrontato per fuggire dalla sua città, martoriata da conflitti e terrorismo, dei 3 mesi trascorsi nel lager libici, della traversata in mare e del successivo soggiorno nel Cara di Bari Palese. Con un volto visibilmente commosso e grato testimonia di aver vissuto una toccante esperienza di ospitalità grazie alla comunità parrocchiale San Marcello di Bari. La sua “rinascita” è iniziata con un invito a cena la sera della vigilia di Natale da parte di una famiglia: un calore umano che lo ha colmato dei propri “vuoti esistenziali”, esplicativo del fatto che non servono azioni straordinarie ma basta curare gesti semplici di attenzione per creare interazione e cambiare la vita di una persona e, soprattutto, di una persona privata di ogni cosa, anche dei suoi affetti. Ora David vive autonomamente a Bari ed è coinvolto nell’associazione “Progetto Carbonara” ove cura iniziative tese ad aggregare ragazzi nigeriani e di altre etnie presenti sul territorio.
Poi abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare José, venezuelano, una storia di grande fatica lavorativa per l’inserimento nella nostra società, il quale denuncia la difficile crisi politico-economica e umana del suo Paese natale, della riduzione in una condizione al limite – o meglio al di sotto – dell’umanità e dignità ove povertà, terrore e delinquenza fanno da padrone, a livelli tali da privare ogni minimo diritto e libertà, compresa quella d’uscita. Ma, nonostante tutto, descrive con orgoglio lo splendore del suo Paese!
Una testimonianza voluta sia per richiamare la considerevole presenza dell’America Latina nel nostro territorio alimentata, in parte, proprio dalla crisi venezuelana, sia per ribadire che l’attenzione deve rivolgersi non solo alla situazione africana, al migrante che arriva con il barcone, ma essere ad ampio raggio, in linea con la traccia lanciata dal papa nonché con la stessa pastorale Migrantes la quale si rivolge – oltre che a tutti gli immigrati di qualsiasi etnia estera stabilmente presenti sul nostro territorio in possesso di un titolo di soggiorno e i richiedenti asilo e rifugiati – anche gli emigrati italiani all’estero, i circensi, i giostrai, i rom, i sinti e tutti coloro che per il lavoro svolto o altra ragione si trovano sul territorio nazionale senza residenza stabile.
L’ultima testimonianza è stata di un ragazzo originario del Burkina Faso, in Italia da 3 anni di cui 2 nel Cara che, dopo lo scontro con una realtà diversa da quella che si immaginava, quasi di delusione, ha trovato nella scuola il suo “rifugio”, scorgendo una provvidenza rispetto alla classe in cui è stato inserito, ove nessuno gli faceva notare o pesare che fosse “straniero”, rispetto ad alcuni incontri e al progetto presso la parrocchia San Marcello in cui successivamente è stato immesso che gli hanno dato la forza di andare avanti. Sottolinea con forza l’importanza di studiare, d’impegnarsi per uscire dall’impasse dell’inserimento e dalla mera assistenza sociale: anche lui adesso è impegnato lavorativamente in un tirocinio e socialmente: “la famiglia non è qualcosa che ha a che fare con il sangue” – afferma con grande gratitudine – “ma è fatta di persone che ti sono vicino, disponibili ad aiutarti, che ti danno delle chance e tutti hanno diritto a un’opportunità per rialzarsi!”.
Momenti di profonda riflessione voluti per educarci all’ascolto dell’altro – perché se non ci ascoltiamo facciamo fatica a interagire – e che hanno dato modo di riflettere sulle tante “fortune” a nostra disposizione che diamo per acquisite.
A conclusione della giornata, è stata celebrata la santa messa presieduta dall’arcivescovo mons. Cacucci, anch’essa caratterizzatasi da un’animazione interculturale apertasi con la grazia di 5 bambini che hanno condotto all’altare delle candele rappresentanti i 5 continenti, proseguita con la liturgia della Parola proclamata in lingua italiana, inglese e francese e il momento dell’offertorio segnato dall’Offerta dell’incenso, rito di derivazione della liturgia ebraica.
Un momento in cui la fede e la preghiera hanno fatto da minimo comune denominatore delle diversità o, quanto meno, di rispetto e raccoglimento laddove vi era una professione di religiosità differente, in cui l’arcivescovo ha disegnato gli spostamenti migratori come “progetti creati da Dio”, esortando a riconoscersi e ritrovarsi come unica famiglia, come Figli di un unico Padre e nessun Padre opera distinzioni tra i propri figli, e se Dio, i genitori non le operano, ancor meno dovremmo sentirci legittimati a farlo noi rispetto ai nostri fratelli e sorelle.
Per cui, in quanto unica Famiglia e Fratelli, l’arcivescovo esorta ad aprire le porte del cuore e delle nostre case e, in particolare, delle parrocchie dell’Arcidiocesi attraverso l’incentivazione della pratica dei corridoi umanitari e delle varie forme di accoglienza diffusa: se ogni comunità parrocchiale si impegnasse nell’accoglienza e nell’integrazione anche di una sola persona sarebbe un grande passo verso la composizione in senso di corresponsabilità della questione migratoria, un’opportunità per dare la speranza e vivere la carità evangelica.
Si tratta che tutti abbiamo bisogno di FAMIGLIA!

Emilia Cassano

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