Risonanze su iniziative nel territorio locale

Bari | 28 Lug 2019

All’entrare nella parrocchia di Sant’Antonio, in Bari Carbonara, la sera del 12 giugno, l’occhio si posa subito, incuriosito, su questo personaggio particolare. La barba ormai canuta e lunga, infatti, non passa certo inosservata. Incastonati nel suo volto, un paio di occhi azzurri. E se gli occhi sono lo specchio dell’anima, i suoi rivelano un’anima bellissima, autentica, genuina. Impugna un bastone di legno, simbolo di una persona che ha tanto camminato e che ancora tanto, finché Dio gliene darà la forza, vuole camminare. Un saio verde oliva avvolge il suo corpo, “verde speranza” ci tiene a precisare.
Sì, è una figura fuori dal tempo quella di fratel Biagio Conte, fondatore della missione “Speranza e Carità”. Prende il microfono e comincia a parlare, con un lieve accento siculo che tradisce subito la sua provenienza. È emozionato, un po’ impacciato, con quell’atteggiamento tipico di chi parla con grande umiltà, di chi vive di gratitudine, di Provvidenza e niente più.
Perché non imitare i santi?”. Alza subito la posta in gioco fratel Biagio. Il suo parlare è un continuo saltare dalla sua vita passata, di giovane della Palermo bene, schiavo delle mode e mai pago, alla sua nuova vita in Cristo. Nel mezzo, una rottura drastica, frutto di un senso di avversione per una società malata nella quale non si riconosceva più. “Una società che lascia indietro i deboli non è una società; prima o poi crolla, si sfalderà”, sentiva dentro di sé senza riuscire a dare un volto a questa voce. Quel viso l’ha trovato in Gesù Cristo e da allora la sua vita non è stata più la stessa. “Mi ha dato una vita nuova”, urla di gioia fratel Biagio.
Ma cosa fare, quindi, con questa vita nuova? Il giovane Biagio, a 26 anni, ha sentito di lasciare tutto. È l’inizio di un nuovo cammino. Decide di fare vita da eremita tra le montagne dell’entroterra siciliano ed è proprio nel silenzio che trova una pace mai avvertita prima. Si ritrova a vivere una vita contemplativa che prima disprezzava, giudicava, non capiva.
Come se non bastasse, dalla sua Sicilia decide di incamminarsi verso Assisi, sulle orme di quel San Francesco che assieme a Gesù, Maria e gli altri santi, gli aveva rapito il cuore. “Loro non ti deluderanno”, gli diceva la mamma inserendogli i santini tra le pagine dei suoi libri quando era ragazzino; ora Biagio ne era diventato finalmente testimone. “Dio muove le persone per fare grandi cose”, dice riferendosi ai vari Sant’Antonio, San Benedetto Manasseri, Santa Giuseppina Bakhita.
Lo stesso fratel Biagio, per vivere il proprio servizio al fianco degli ultimi, pensa di trasferirsi in Africa o in Asia. L’incontro con Dio nei poveri, però, mischia nuovamente le carte in tavola e sconvolge la sua vita. Torna nella sua Palermo, zaino in spalla, thermos con tè caldo e via tra gli anfratti della stazione centrale della sua città. Quelli che la società chiama barboni, senzatetto, mendicanti lui li chiama semplicemente fratelli e condivide tutto con loro.
Oggi la missione “Speranza e Carità”, con le sue tre comunità, ospita circa 800 persone. Vecchie strutture nelle vicinanze della stazione di Palermo sono diventate case accoglienti, grazie al lavoro dei tanti che hanno condiviso il sogno di speranza di fratel Biagio. “Il buon Dio non mi ha lasciato solo” – ci tiene infatti a precisare, parlando dei confratelli, delle consorelle e dei tanti volontari che lo aiutano giornalmente in questa missione da quasi trent’anni.
Ci sono tante vie – conclude – ma Gesù è l’unica vera via, la verità, la vita”.

Organizzato dal Comitato per la Pace di Terra di Bari, nel pomeriggio del 13 giugno si è tenuto un incontro sul tema “Decreto Sicurezza e rispetto dei diritti umani: i valori costituzionali come guida”, nel quale sono intervenuti due relatori.
Il prof. Giovanni Cellamare, ordinario di diritto internazionale presso l’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari ha esordito citando l’art. 10 della Costituzione, secondo il quale “l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”, anche per quanto concerne il tema migratorio. Quindi ha presentato dettagliatamente alcune delle suddette norme internazionali che l’Italia è pertanto tenuta a rispettare:
– principio di non respingimento di chi fugge da persecuzione (consuetudine del diritto internazionale; art. 33 della Convenzione di Ginevra);
– divieto di espulsioni collettive (art. 4 del Protocollo addizionale n. 4 della Convenzione europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali; art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea);
– divieto di espulsione verso paesi (anche diversi da quello di origine) nei quali la persona rischia di essere sottoposta a tortura (art. 3 della Convenzione ONU contro la tortura; art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea);
– obbligo di prestare soccorso a chiunque si trovi in mare in condizioni di pericolo (art. 98 della Convenzione ONU sul diritto del mare, ma anche la Convenzione per la Salvaguardia della vita umana in mare, la Convenzione sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, gli artt. 489-490 del Codice della navigazione italiano).
Nel mondo si riscontrano diverse interpretazioni del concetto di “Stato terzo sicuro”, cioè della condizione per cui uno straniero può essere allontanato dal luogo di approdo:
– per alcuni ordinamenti un paese è da ritenersi sicuro se aderisce ad alcune delle convenzioni internazionali che tutelano i migranti; a tal proposito è però intervenuta la Corte Europea dei diritti dell’uomo che in una sua sentenza ha affermato che non è sufficiente la mera adesione “formale”, ma anche l’effettiva applicazione di quanto da esse disciplinato;
– per alcuni ordinamenti un paese è da considerarsi sicuro anche se le condizioni di sicurezza sono riscontrabili solo in parte del suo territorio.
C’è una tendenza dei governi a reintrodurre, con il passare del tempo, nell’elenco dei paesi “sicuri” gli Stati dichiarati “non sicuri” dalla magistratura.
L’avv. Vito Mariella, intervenuto in rappresentanza della Caritas diocesana Bari-Bitonto, ha sottolineato alcune delle tendenze in atto in Italia:
– quella di equiparare nel linguaggio comune i sostantivi “immigrazione” e “sicurezza”;
– quella di negare l’identità degli altri;
– quella di tagliare i fondi per l’inclusione e l’integrazione erogati dall’Unione Europea.
È necessario entrare nelle sfumature dei problemi, non limitarsi agli spot veicolati dai social network. Purtroppo la gestione dei “grandi numeri” degli immigrati ha consentito di “foraggiare” qualcuno. La criminalità degli immigrati attecchisce dove c’è terreno fecondo. Le strade per una immigrazione rispettosa dei diritti umani sono i “corridoi umanitari” e i “decreti flussi”.

La sera del 1° luglio la Caritas e la Fondazione Migrantes dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, a seguito della morte del papà e della sua bambina migranti tra Messico e Stati Uniti d’America avvenuta qualche giorno prima, hanno organizzato un momento di riflessione, silenzio e preghiera dal titolo “Non possiamo rimanere indifferenti”. Nella sua riflessione mons. Domenico Ciavarella, Vicario generale dell’Arcidiocesi, ha interrogato i presenti a “chiedersi verso chi sono fissati gli occhi: sull’Eucarestia? Ci basta questo? O anche sul migrante che muore? Non possiamo rimanere indifferenti: siamo chiamati ad essere isole di misericordia in un mare di indifferenza”. Ha inoltre sottolineato che “quella di stasera è una preghiera impegnativa: si apra il cuore alla misericordia!”.
Questa iniziativa – che non voleva essere una manifestazione contro nessuno – si è tenuta lungo il tratto di lungomare cittadino nel quale nel 2018 il papa ha incontrato i responsabili delle Chiese del Medio Oriente, a richiamare l’anelito al mare come luogo di pace e di vita, e non come luogo di scontro verbale e morte. Con i lumini accesi, per alcuni minuti si è rimasti in silenzio guardando il mare per offrire al Signore le anime degli esseri umani morti nelle rotte migratorie in tutto il mondo.

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