Risonanze su iniziative nel territorio locale

Bari | 29 Dic 2019

Organizzato dal Centro Missionario dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, in data 9 ottobre si è tenuto presso la Sala Odegitria della Cattedrale di Bari un incontro dal titolo “Nuove sfide della missione: insieme contro la tratta” tenuto da suor Gabriella Bottani, Missionaria Comboniana e coordinatrice del network internazionale “Talitha Kum”.
Talitha Kum è un’espressione che si trova nel Vangelo di Marco (5,41). La parola tradotta dall’aramaico significa: “fanciulla, io ti dico, alzati”. Queste parole sono rivolte da Gesù alla figlia di Giairo, una dodicenne che giaceva apparentemente senza vita. Gesù, dopo aver pronunciato queste parole la prese per mano e lei immediatamente si alzò e si mise a camminare. La parola Talitha Kum ha il potere trasformatore della compassione e della misericordia, che risveglia il profondo desiderio di dignità e di vita assopito e ferito dalle tante forme di sfruttamento.
Suor Gabriella delinea i molteplici significati e contenuti che la tratta assume, partendo dalla constatazione che essa è una realtà molto vicina a noi più di quanto immaginiamo.
La tratta è anzitutto un crimine contro l’umanità, contro la dignità e l’integrità della persona che ha come elemento fondante lo sfruttamento. Costituisce negazione della libertà, un sintomo grave della deriva del sistema economico che ci caratterizza.
Un’economia che si basa sul mercato legittima tutto quello che produce lucro, tutto ciò che fa incontrare domanda e offerta.
Nella tratta il lucro ha costi umani alti perché viene mercificata la stessa persona. Ed è tutta l’umanità ad essere ferita, ciascuno di noi rimane deturpato nel momento in cui la persona diventa mero oggetto di scambio.
L’immaginario collettivo tende a individuare lo sfruttamento caratterizzante la tratta in quello sessuale, ma è fortemente riduttivo.
Suor Gabriella, perciò, ci aiuta a scorgere nelle diverse forme di vulnerabilità che ci circondano – vuoi materiali, vuoi professionali, vuoi psichiche, vuoi affettive – altrettanti volti della tratta di esseri umani.
C’è lo sfruttamento del lavoro che avviene, in modo particolare, nel campo dell’agricoltura (nelle nostre zone soprattutto nel foggiano) e della pastorizia, dove vi è la speculazione sui Sikh del Bangladesh, nel campo dell’allevamento di gamberetti, sui pescherecci, nelle miniere, nella servitù domestica, nel campo delle costruzioni e dell’industria tessile.
E, ancora, vi è il traffico di organi e, naturalmente, quello di stampo sessuale comprensivo della pornografia, centri massaggi, escort.
La speculazione può avvenire anche per un debito contratto (spesso per pagare il viaggio per raggiungere un altro luogo o il posto di lavoro ed ottenere cibo e alloggio) e si instaura una forma di dipendenza per cui le persone non possono sciogliere il vincolo lavorativo per timore o per il pericolo concreto di ripercussioni gravi alla propria persona o ad un familiare.
A titolo esemplificativo viene riportata la situazione di tante ragazze nigeriane o rumene che arrivano in Italia e non riescono a liberarsi dalla mercificazione del loro corpo o dallo sfruttamento lavorativo prestato a condizioni al di sotto di ogni dignità perché sarebbero poi le famiglie a dover pagare il “conto”. In particolare, suor Gabriella narra la storia di una ragazza albanese che, nonostante il desiderio forte di uscire dallo sfruttamento, è stata costretta a rimanerci per proteggere il suo bambino di due anni in Albania: da mamma ha scelto la vita del figlio mettendo da parte la propria!
Pertanto, dietro ogni ragazza che vediamo sulla strada c’è un dramma importante, c’è la negazione della dignità e della libertà.
Tuttavia distinguere persone vittime della tratta è certamente difficile perché a differenza di altre forme di dipendenza non vi è un segno, un comportamento distintivo, esterno, visibile.
Nella tratta è sottile, invisibile. Vediamo una parte delle vulnerabilità. Per scorgere la tratta bisogna avere il coraggio di guardare le situazioni dolorose della nostra società, iniziare a volgere lo sguardo che spesso distogliamo per paura o perché non sappiamo da dove iniziare e come comportarci. Il primo passo da fare è decostruire il nostro sguardo pieno di preconcetti e trasformarlo in sguardo di amore, di rispetto ed entrare in relazione con la persona. In ognuno quando si sente guardato con amore si scatena una sensazione di benessere. Ed è ciò che queste realtà implorano: suor Gabriella ci invita a immaginare l’effetto grande e positivo a livello emotivo di quelle persone attraverso questo sguardo d’amore di cui tutti possiamo essere capaci.
Occorre sempre chiederci come Gesù guarderebbe tali realtà e prendere esempio!
Ancora, l’altro sfruttamento sul quale suor Gabriella pone l’attenzione è quello ambientale.
Con la Laudato si’ papa Francesco pone in relazione l’ambiente umano con quello naturale, i quali si degradano insieme ma possono ricostruirsi insieme.
Suor Gabriella evidenzia una ulteriore forte relazione tra ambiente, schiavitù e tratta: spesso la distruzione dell’ambiente va di pari passo con il lavoro schiavo e questo avviene, ad esempio, nel caporalato dove ci sono i ragazzi sfruttati nella raccolta dei pomodori e, al contempo, le ragazze sfruttate nel corpo.
Ne consegue che per lavorare contro la tratta bisogna, anche, riqualificare la nostra relazione con l’ambiente e con la nostra umanità.
Anche la differenziale di potere donna-uomo, poveri-ricchi, adulti-bambini rispecchiano forme di soggezione, di schiavitù.
E, ovviamente, nel tempo attuale è incluso il differenziale tra cittadini-migranti: lo sfruttamento maggiore colpisce soprattutto coloro che non detengono un titolo o coloro a cui non è riconosciuto nemmeno il diritto di uscire dal loro paese.
La tratta esige conversione personale, economica e verso l’ambiente che ci circonda. Richiede interazione fra istituzioni statali e religiose e forze dell’ordine e tra le stesse rappresentanze delle religioni.
E, soprattutto, dobbiamo avere l’umiltà di formarci, di riconoscere organismi e associazioni che già hanno esperienza nel campo e interagire con loro senza sovrapporci, per unire forze e risorse.
I cammini di libertà sono faticosi ma quando Dio vuole una cosa “spiana le strade nel deserto”.
Non siamo chiamati a liberare l’altro ma a camminare insieme nel percorso verso la libertà.
La morte, la violenza non sono l’ultima parola, esiste sempre una luce che ci sprona a credere che ce la possiamo fare ad alzare la testa. È lo stesso Vangelo, la stessa missione a cui ciascuno è chiamato a spronarci ad “alzare l’asticella della nostra umanità, dei nostri sogni e guardare in alto” e in tutte le direzioni per donare quello sguardo d’amore verso il nostro prossimo.

Emilia Cassano

In data 15 ottobre presso la parrocchia Immacolata di Modugno (BA) don Carmelo La Magra, parroco della chiesa di San Gerlando in Lampedusa, ha guidato un incontro catechetico sulle parole “Lo avete fatto a me” tratte dal Vangelo di Matteo (25,31-46).
Nel marasma delle posizioni sul tema migratorio, don Carmelo ci ha riportato nella prospettiva del Vangelo, nel quale il cristiano deve trovare i criteri di riferimento della propria condotta e che ci spinge a fare la differenza: differenza che non consta soltanto nel fare il bene, la carità, bensì nel riconoscere nell’altro Gesù.
Ed il brano oggetto di riflessione lo esprime a chiare lettere. Ci viene ricordato che tutto trova il suo centro in Cristo e, quando il tempo finirà, sarà Cristo a tirare le fila del discorso venendoci finanche indicato il “metodo” con cui questo avverrà. Gesù individua lo “spartiacque” tra coloro che erediteranno il regno dei cieli e coloro che ne rimarranno fuori nell’atteggiamento di attenzione all’altro, nell’avere o nel non avere offerto al fratello più piccolo ciò di cui ha bisogno: precisamente da mangiare all’affamato e da bere all’assetato, la visita al malato e al carcerato, il vestito al denudato, l’accoglienza al forestiero.
Ogni volta che avete fatto queste cose a UNO SOLO di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Da questa espressione don Carmelo mette in evidenza diversi aspetti.
Il primo è quello “numerico”: invita ad abbandonare la logica dei grandi numeri. Gesù pone l’attenzione non per la maggioranza ma per la singola persona. Il nostro comportamento anche con un solo fratello è decisivo del senso della nostra vita.
Il secondo è quello del “prossimo”: non si tratta di distinguere buoni e cattivi ma di comprendere come ognuno è responsabile della vita dell’individuo che gli è posto accanto ed è questa vicinanza che pone la misura. È facile amare quelli che stanno lontani, faticoso amare la persona che più ci sta vicino, verso la quale siamo chiamati a condividere materialmente qualcosa, che prende i nostri spazi e che per questo, spesso, vorremmo confinare.
Tutti amiamo i bambini dell’Africa ma a volte detestiamo un membro della nostra famiglia!
E, soprattutto, il prossimo non è solo qualcuno da aiutare ma qualcuno da riconoscere.
Don Carmelo indica il criterio dirimente tra cristiano e non cristiano che pure pone in essere opere caritative proprio nel riconoscimento di Gesù stesso nella persona a noi prossima.
Gesù infatti afferma “lo avete fatto a me” e non è segno che lo avete fatto, non “è come se lo aveste fatto a me”: ossia vi è un’incarnazione di Gesù nell’affamato, nell’assetato, nel malato, nel denudato, nel carcerato, nello straniero.
Egli diventa uomo, diventa uno di noi e scende più in “basso” identificandosi fisicamente e spiritualmente con l’umanità fragile da noi trattata come scarto e per la quale ci propinano sempre un motivo e un modo in più per continuare a farlo perché essa costituisce un problema, perché essa richiede un impegno da parte nostra.
È Gesù stesso che ci mette in discussione e ci spinge ad andare oltre, di spezzarci e divenire pane per gli altri. Ciò senza distinzioni, innocenti o “colpevoli” che siano. Del povero ci serve sapere solo che è povero, è questa sua condizione ad essere la ragione per la quale lo dobbiamo amare. È questa l’identità dell’Eucarestia.
È un invito alla conversione, a cambiare la direzione del nostro sguardo finché non distinguiamo quello di Gesù.
Quindi si tratta di allenarci a riconoscere la presenza di Gesù altrimenti tutto diviene difficile e anche privo di significato professarsi cristiani.
Il Signore ci chiede di riconoscerlo nel contesto storico, locale, ambientale, familiare nel quale viviamo. Sul punto, don Carmelo sottolinea come non vi è un luogo ideale per vivere da cristiani, per vivere la propria missione evangelica, per amare il povero.
Non regge il discorso “se fossi nato in un ambiente differente, in una famiglia diversa sarebbe stato diverso, sarebbe stato più semplice, avrei fatto di più” e via dicendo.
Vivere in un contesto piuttosto che un altro fa cambiare il nostro prossimo ma non la nostra missione.
E di qui il riferimento alla comunità di Lampedusa che gli è stata affidata.
Lampedusa viene descritta come l’isola delle “contraddizioni” ove si passa dal prossimo villeggiante – quindi benestante – al migrante che racchiude un po’ tutte le situazioni di sofferenza descritte nel brano del Vangelo di Matteo.
E rispetto ad esse, con molta delicatezza e umiltà, don Carmelo afferma che insieme ai suoi parrocchiani si “limita” a fare quello che sa fare, ossia stare accanto, offrire ciò di cui l’altro ha bisogno nell’immediatezza, con tutti i limiti materiali, personali e di comunità.
Crede che non si è chiamati a fare grandi cose ma fare il possibile, avere quello sguardo di tenerezza verso il bisognoso nel quale da cristiani dobbiamo sforzarci di vedere Cristo che poi penserà a moltiplicare le nostre forze.
Don Carmelo descrive l’iniziativa di dormire sulle gradinate della Chiesa nata in occasione del blocco della Sea-Watch 3, non come azione di protesta – tiene a sottolineare – ma per un moto emotivo scatenato dalla presa visione di foto raffiguranti persone giacenti sui pontili della nave. Immagini che impedivano umanamente a don Carmelo e altri della comunità di riposare comodi nei propri letti: gli interlocutori dell’azione erano sempre coloro che in quel momento erano i loro prossimi, i migranti, tesa a far sentire loro vicinanza.
E poi descrive l’approccio verso l’ultima tragedia avvenuta in mare rispetto alla quale don Carmelo e i suoi parrocchiani decidono di fare “semplicemente” quello che avrebbero fatto per un proprio caro defunto: predisporre gli ambienti, vegliare, sorreggere i familiari ove sopravvissuti, celebrare il funerale: lo stare accanto appunto.
Descrive come la chiesa di San Gerlando di Lampedusa diventa il punto di riferimento di tutti – anche dei fratelli musulmani –, forse perché percepita come luogo sicuro, forse perché c’è un elemento fondante, che trascende noi stessi che ci richiama.
L’immigrazione è una delle sfide del nostro tempo da cui non possiamo sottrarci. È una sfida per i cristiani per vivere quella Parola ed essere, così, davvero cristiani.

Emilia Cassano

In data 22 ottobre si è tenuto a Bari un incontro dal titolo “Tutti possono accogliere” organizzato dalla parrocchia Santa Maria del Fonte in Carbonara per rappresentare varie opportunità di accoglienza e sostegno di persone immigrate o rifugiate – compresi minori stranieri non accompagnati –, diverse dagli schemi tipici dell’affido e dell’adozione.
Tra gli altri, sono stati descritti i progetti “Famiglie senza confini“ e “Rifugiati in famiglia” accomunati dall’intento di perseguire il modello di accoglienza decentrata e diffusa su “base familiare” con formule più flessibili, modellate sulle possibilità delle famiglie ospitanti e le esigenze dei migranti. Nessun altro luogo, infatti, meglio di una famiglia reale è capace di ricreare quel calore tipico dei legami familiari da cui i migranti sono lontani o del tutto privati e rispondere all’esigenza di cura affettiva ed educativa.
In particolare, il primo progetto è stato promosso dall’assessorato al Welfare del Comune di Bari in cooperazione con il Tribunale per i minorenni, il Garante regionale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza e la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, il quale permette a famiglie, coppie o singoli adulti di ospitare temporaneamente, per un periodo massimo di 12 mesi, minorenni o neo maggiorenni soli, ossia scappati dai loro Paesi d’origine senza l’accompagnamento dei loro familiari nonché privi di un tutore o, in alternativa, di mettere a disposizione anche “solo” alcune ore del proprio tempo per accompagnarli negli studi e/o in altri percorsi ma, comunque, utili a dar loro dei punti di riferimento affettivi ed educativi.
L’iter segue dei protocolli tesi a valutare, a formare ed accompagnare coloro che hanno dato la disponibilità (nonché i minori stessi) nell’inserimento.
Ad oggi sono state realizzate 6 accoglienze, esperienze che coinvolgono nella rete del welfare tutta la società civile: per ulteriori informazioni e presentare la candidatura visitare il seguente link: https://www.comune.bari.it/web/servizi-alla-persona/immigrazione-servizi-erogati.
L’altro programma è stato ideato dall’associazione Refugees Welcome Italia con lo scopo di promuovere l’accoglienza in famiglia, l’incontro di culture diverse nonché provocare una scossa, un cambiamento nella mentalità sociale. I destinatari del progetto sono i titolari di protezione internazionale o umanitaria e di un permesso di soggiorno che hanno concluso i percorsi di cosiddetta “2a accoglienza” e conseguito una conoscenza base della lingua italiana con un piccolo grado di integrazione ma non ancora ad un livello tale da poter “camminare” in completa autonomia.
Nello specifico si prefigge di sostenere i beneficiari nel prosieguo del percorso di indipendenza grazie alla collaborazione familiare dei cittadini resisi disponibili realizzando un’inclusione più profonda nel tessuto sociale, scolastico e professionale. Le situazioni esemplificative sono quelle delle mamme sole con bambini che, come tutti i genitori del mondo, necessitano di incastrare orari di lavoro e occorrenze personali quotidiane con le esigenze varie e imprevedibili dei figli e che risulta estremamente difficoltoso per donne sole in un contesto sociale sconosciuto: circostanza che porta, spesso, a rifiutare proposte di lavoro.
Il meccanismo di funzionamento è molto snello, a portata di click: per candidare la propria disponibilità basta registrare la “propria casa” con i propri dati sul portale predisposto dall’associazione che incrocia “domanda e offerta” di accoglienza: https://refugees-welcome.it/cosa-puoi-fare-tu/#casa.
Una volta operato l’abbinamento ritenuto migliore, sarà la stessa associazione a pianificare un incontro tra famiglie disponibili individuate e migranti al fine di costruire insieme un percorso di accoglienza ad hoc, a misura del migrante e dei mezzi della famiglia o dei singoli.
Ancora, un’altra forma per sostenere un minorenne straniero non accompagnato è diventare tutore volontario, una figura che ha il compito di affiancare, uno o più minori (massimo 3) nelle occorrenze quotidiane, amministrative-legali, amministrarne l’eventuale patrimonio assicurando condizioni ottimali di accoglienza, l’accesso e l’esercizio dei diritti, l’accompagnamento in percorsi di educazione e integrazione.
Alla descrizione delle varie forme di accoglienza “alternative” sono seguite testimonianze di famiglie residenti nel territorio che hanno fatto esperienza di accoglienza in casa, in particolare dei coniugi Petrucci, i quali hanno accolto con sé un adolescente e i coniugi Maffei che hanno accolto una mamma afgana con le sue due bambine.
Esempi di interazione possibile, con tutte le difficoltà del caso, connesse all’età infantile e adolescente, alla convivenza e al ridimensionamento degli spazi, dei momenti di stallo ma compensati dalla gioia grande di condividere, dall’arricchimento umano e dal privilegio di conoscere le storie dei migranti.
Esperienze che dimostrano come l’affetto e, soprattutto, l’educazione domestica aiuti i bambini e ragazzi stranieri ad aprirsi, a predisporsi all’integrazione e curi i traumi subiti nel loro vissuto di guerra, di povertà e nel viaggio inumano di anni per giungere fin qui, intrapreso perché i genitori o loro stessi sono attratti dalla promessa di una prospettiva migliore, di un posto di lavoro idoneo a garantire alla propria famiglia un’esistenza dignitosa.
Tali progetti e testimonianze evidenziano quanto grande crea il piccolo, come i gesti di attenzione e tenerezza, l’ambiente in cui si cresce cambino le sorti di una persona.
Con il metodo famiglia si crea quel supporto morale e materiale utile per far diventare indipendenti i migranti, proprio come si fa con i figli che lo stesso non ti scegli.
Ma ciò presuppone un’azione attiva: aprire la porta fisica e quelle delle proprie menti e dei propri cuori. Sono i piccoli passi che fanno la storia.
Prima che un dovere civico è un imperativo morale che lo stesso momento storico ci impone.
E, sicuramente, è più agevole farlo potenziando la cooperazione tra canali istituzionali e sociali perché senza una comunità “dall’alto e dal basso” che renda generativi idee e progetti tutto rimarrebbe sul piano astratto.
Mettere insieme, in condivisione, i pezzi, per fare la differenza.

Emilia Cassano

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