Riflettendo su Verona 2012


2-7 agosto 2012, 5 giorni, più di 60 partecipanti provenienti da 5 nazioni, nella splendida cornice veronese: ecco in sintesi i numeri del secondo incontro europeo dei laici missionari comboniani (LMC).
È stato sicuramente un momento di confronto intenso, soprattutto per chi – come la folta e chiassosa delegazione italiana – si affacciava per la prima volta ad un incontro di questo tipo. Gli ospiti sono stati di prestigio e hanno stimolato la platea con una serie di spunti, ognuno dei quali meriterebbe un adeguato approfondimento.
Tra i tanti, vorrei soffermarmi su di un tema che ha riscaldato gli animi degli italiani: ci si può dichiarare LMC anche senza aver mai avuto un’esperienza duratura di missione? Lo so: il tema è annoso e a tratti stucchevole ma l’apertura ad un dialogo internazionale su questo argomento – ormai asfittico in territorio italico – potrebbe aprire nuove chiavi di lettura.
Sembra infatti che in Europa questa questione non sia all’ordine del giorno, né che faccia salire la tensione nei rapporti tra gli LMC e l’istituto comboniano. Interrogato il delegato della Commissione centrale LMC, Alberto de la Portilla, risponde sereno: no, senza essere stati in missione non si è LMC. Non pago della sua risposta indago tra i sacri documenti degli LMC (Granada 2006 – Firenze 2007) ma anche lì trovo la stessa disattenzione verso la tematica liquidata in breve sentenziando che LMC è chi deve partire, è partito o partirà a breve.
La questione, quindi, a livello internazionale sembra acclarata da tempo, solo in Italia si fatica ad accettarla. Alberto argomenta meglio la sua risposta: gli LMC non sono e non intendono essere l’unica proposta laicale all’interno del mondo comboniano; in Spagna, ad esempio, i molti simpatizzanti che sostengono i partenti sono soci di una ONLUS – Amani. Da qui la conclusione di Alberto: che bisogno c’è di definirsi tutti LMC?
Penso che questa legittima domanda possa essere evasa su tre ordini di motivazioni.
La prima. La realtà laicale comboniana in Italia è costellata da una rete di gruppi, perlopiù sorti in prossimità delle case comboniane, con genesi, età e dimensioni eterogenee ma che tutti spingono nella stessa direzione: promuovere il movimento comboniano, farlo vivere e crescere, nell’intuizione che il messaggio di Comboni sia una vocazione anche per noi, qui e oggi. Si tratta di gruppi che vivono nel loro territorio il loro essere laici missionari comboniani, proponendo percorsi di formazione, impegno e missione. La presenza di queste realtà è una ricchezza, carica di enormi potenzialità:
– i gruppi sono un catalizzatore verso giovani – e non – che abbiano il desiderio di continuare ad approfondire il carisma comboniano anche dopo aver terminato il percorso di conoscenza con il mondo comboniano (il GIM – giovani impegno missionario); in questo senso, sono la forma più efficace di “recruiting” di nuove leve per gli LMC;
– diversi gruppi hanno creato – o stanno creando – comunità residenziali di famiglie, un punto importante dell’azione degli LMC italiani: queste comunità fungono da banco di prova per chi deve partire per vivere un’esperienza di vita comunitaria e facilitano il rientro delle famiglie dalla missione offrendo loro un tetto per i primi mesi dopo il rientro;
– da ultimo, esiste un coordinamento nazionale che collega le attività dei vari gruppi sparsi sul territorio.
Le altre nazioni europee presenti a Verona non hanno – per quanto possa aver capito nella babele linguistica di quei giorni – lo stesso tessuto fatto di gruppi sparsi sul territorio ma i singoli appartenenti al movimento LMC si ritrovano perlopiù con incontri di carattere nazionale che, come ovvio, non possono che avere una frequenza inferiore rispetto a realtà geograficamente più vicine.
La seconda ragione può essere sintetizzata in una domanda: perché ancora oggi si relega la missione alla dimensione “ad extra”? La riflessione sulla missione punta sempre più l’accento su di una visione antropologica della missione e sempre meno sull’aspetto puramente geografico. Fare missione in Europa oggi non solo non è un ossimoro, ma diventa sempre più un’esigenza, sulla quale tutti gli istituti missionari devono riflettere e trovare risposte concrete. Bisogna uscire dallo stereotipo che vede come “parcheggiato” il missionario che trascorre del tempo in patria, sviluppando le crescenti esigenze che l’Italia e l’Europa pongono in relazione agli Ultimi. Se questo è vero per padri e suore, a maggior ragione deve valere per i laici, che potrebbero diventare un’avanguardia illuminata in questo percorso.
Il terzo e ultimo aspetto nasce dalla considerazione che dividere la realtà laicale comboniana in partenti e non partenti rischierebbe di creare gruppi e gruppuscoli, senza mettere a fattor comune intelligenze ed energie. A chi gioverebbe tale separazione? Meglio stare uniti per avere un movimento laicale forte e credibile, legato non già dall’aver vissuto una pur importante esperienza all’estero ma dall’aver scelto Comboni come modo per vivere la propria appartenenza alla chiesa: essere LMC dovrebbe essere anzitutto una vocazione, cui tutti noi ci sentiamo chiamati.
In conclusione, spero davvero che questa nostra “eresia” italiana possa dare inizio ad un dibattito europeo all’interno del movimento degli LMC, che porti a dialogare su queste e altre considerazioni attorno al vivere la missione.

Samuele Gallazzi (LMC Venegono)

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