Il coraggio della speranza nell’Africa di ieri e di oggi


Due parole chiave: coraggio e speranza. Il coraggio di guardare in faccia la realtà denunciandone lo stato di degrado sociale generale e di essere onesti nei confronti di quanti desiderano ricevere informazioni su un’Africa quanto mai vicina a noi e la speranza che nasce proprio da questo momento di crisi identitaria, culturale, politica, economica e, non ultimo, storica attraverso un’azione politica che chiama in campo quanti desiderano cambiare lo stato delle cose.

Attraverso le parole di p. Alex viene trasmesso l’insegnamento del Comboni secondo cui «è dal Crocifisso che nasce la speranza», cioè dai popoli calpestati da un sistema avido di denaro e incurante delle ricadute negative che esso sta procurando all’intero pianeta.

A queste parole chiave se ne aggiunge una terza: Africa. Africa come madre di tutti i popoli con la quale non condividiamo lo stesso passato, bensì lo stesso avvenire. Africa come terra violentata, espropriata, calpestata da grandi uomini manovrati dai giochi della finanza, ma nello stesso tempo culla di un’umanità che celebra la vita e che grida al resto del mondo che occorre tornare alle origini, quando l’acqua della vita non era ancora stata sporcata e gli indigeni danzavano per fare festa, raccontarsi e ringraziare per il raccolto nei campi andato a buon fine.

La tavola rotonda Il coraggio della speranza nell’Africa di ieri e di oggi si è svolta il 13 marzo scorso, presso la sala convegni della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo, e attorno ad essa si sono seduti a discutere il missionario comboniano Alex Zanotelli e il giornalista Jean-Léonard Touadi. Dopo una nota introduttiva di p. Antonio, della comunità dei missionari comboniani di Palermo, sul significato dell’iniziativa come occasione di dialogo per vedere alla luce della speranza la ricchezza dei valori che l’Africa possiede e la responsabilità dei paesi occidentali (dal Sud Sudan ultimo paese africano reso indipendente nel 2011 e oggi soggetto a guerre civili, al Nord Africa che anela alla libertà avendo mostrato la partecipazione attiva di molti giovani per una cittadinanza piena), è intervenuto p. Venanzio, missionario comboniano, con la presentazione della figura carismatica di San Daniele Comboni che quest’anno compie dieci anni dalla sua canonizzazione. Oggi ci si trova accanto a nuove nigrizie – africane e no – e di fronte a negrieri di nuova specie, e il missionario deve avere coraggio nei confronti delle croci, fiducia in Dio e amore per l’uomo allo stesso modo del Comboni che con il suo esempio ha impresso una svolta nell’opera missionaria attraverso la rigenerazione dell’Africa con l’Africa stessa.

Il professore di filosofia politica dell’Università di Palermo Salvatore Vaccaro ha moderato questo incontro che, attraverso la presenza di personalità tanto diverse quanto accomunate dagli stessi valori etico-morali, ha preso un andamento ben definito rispetto all’importanza di scegliere da che parte stare all’interno di un società frammentata e di mettere insieme le forze di ciascuno di noi per vivere pienamente la società globale e dare luogo anche ad una Chiesa globale.

«Se non cominciamo dagli ultimi da che parte stiamo?» esclama p. Alex nel raccontare l’ultima sconfitta subita a Napoli per la causa del campo rom dato alle fiamme e l’incapacità del Comune di trovare soluzioni efficaci affinché le persone abbiano un posto in cui vivere. P. Alex parte da Napoli, dal luogo in cui oggi fa missione non solo per comunicare la sua amarezza, ma soprattutto per esprimere la necessità di sentirsi gli uni dentro gli altri, di compartecipare all’esperienza di Napoli guardando alla propria di realtà e di prenderne parte attraverso un impegno concreto nei confronti di ciò che andrebbe cambiato.

L’Africa è il luogo da cui proveniamo e con cui siamo rimasti in contatto prima con lo schiavismo, poi con il colonialismo e il neocolonialismo e, infine, con la globalizzazione. Noi, l’Europa, l’Italia abbiamo utilizzato le risorse umane e materiali africane per trarne vantaggio grazie alla costruzione di “strutture di peccato” quali armi, multinazionali, banche che hanno condotto gli africani ad uno stato di povertà, non solo economica, ma anche antropologica, dal momento che l’africano tuttora risulta frustrato dal suo passato. La novità apportata dal Comboni alla fine dell’800 nel mondo missionario consiste nell’avere creduto che siano gli africani i veri rigeneratori, coloro i quali diventano figli di Dio in un contesto degradato e degradante in quanto li considerava senza anima. Attualmente tocca a noi, sia come missionarie e missionari sia come cittadini responsabili, fare proprio il principio della missione secondo cui occorre uscire dalla invisible christianity per entrare in una dimensione in cui legare fede e vita, cioè per camminare insieme alla gente.

Jean-Léonard afferma che, oltre alla storia, ci siamo dimenticati delle numerose battaglie combattute affinché siano rispettati i diritti fondamentali dell’uomo, come quello di andare a scuola o di rivolgersi a una struttura sanitaria in caso di bisogno, che in Africa risultano sacrificati per ripagare un debito precedentemente contratto. Il grande problema dell’Africa (e anche dell’Italia) è il fatto che l’élite ha assunto il ruolo di intermediario di affari finanziari con il mondo esterno e gli africani si ritrovano soli all’interno di un paese in cui i leader hanno rinunciato a fare politica pensando ai propri interessi. «Il connettivo ha sostituito il collettivo», vale a dire che nell’era della comunicazione e dello scambio della globalizzazione viene meno la solidarietà, la reciprocità a favore dell’economicità. Non esiste alcuna sostenibilità sociale e ambientale, non esistono strumenti adeguati per far fronte alle diverse situazioni che creano povertà: le foreste equatoriali sono state devastate; la lingua è diventata strumento politico di controllo e di allontanamento dalla realtà; l’urbanizzazione nelle grandi città aumenta a discapito dei beni a disposizione; si affacciano sul mercato mondiale nuovi concorrenti come la Turchia e il Giappone.

Con queste parole dalla tavola rotonda viene lanciato il monito a rivedere la storia perché ce ne siamo dimenticati piegando altri popoli allo stesso modo di come siamo stati piegati noi. Si esorta ad attentare al razzismo di Stato che emerge attraverso leggi incostituzionali e violazioni di diritti umani.

Quale Chiesa viviamo? Sembra sia in atto una nuova forma di potere definito durante l’incontro imperialismo religioso, laddove ci si impegna a promulgare e a far rispettare leggi che garantiscano l’immagine perbenista del nostro Paese piuttosto che leggi adeguate sull’immigrazione.

Quale risposta dare ai poveri? La presenza di Papa Francesco rappresenta una speranza in tal senso, il quale con grande coraggio ha messo in discussione la Chiesa sollecitandola verso un’umanità plurale, verso una Chiesa plurale fatta di tante voci, di tanti volti diversi.

Occorre far uscire l’Africa dallo stato di necessità e farsi aiutare dall’Africa per mettere in moto una modalità di produrre ricchezza diversa rispetto a quella finora sperimentata. Occorrono conoscenza, analisi, riflessione critica per costruire percorsi comunitari che partano dal basso, dalla gente e per favorire lo sviluppo economico alternativo perché è attraverso una rivoluzione mentale che è possibile affrontare la crisi in cui versiamo, a partire da quella del rispetto della persona. Inoltre, perché ciò avvenga, non ci si può rivolgere alla politica che certifica la divaricazione tra l’élite e la popolazione, ma occorre ritrovare quegli spazi che consentano di mettere in comune idee, risorse, forze di varia natura.

Il Comboni è stato definito profeta rispetto al suo nuovo sguardo sulle cose, con cui ha cambiato le sorti dell’essere missionario e ha dato vita ad un’opera di rigenerazione a partire da dentro, dall’Africa sofferente e nello stesso tempo piena di vita, e alla grandezza del suo sogno. Allo stesso modo i nuovi profeti sono le donne e gli uomini che si impegnano in questa storia affinché il Dio della vita non muoia mai e l’uomo possa salvarsi. Solo rimanendo tra la gente e attraverso un’azione comune alimentata dal coraggio della speranza è possibile vivere il locale pensando al globale, vale a dire dialogare e agire in questa storia per realizzare il sogno dell’umanità. 

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