Risonanze su iniziative nel territorio locale

Il giorno 1 febbraio si è tenuta la presentazione del libro “Le storie fanno la storia”, una raccolta di testimonianze di quanti frequentano la scuola di lingua italiana «Igino Giordani» presso il Centro di accoglienza «don Vito Diana» della Caritas diocesana, presso la quale vivo, come insegnante, la mia ministerialità di laica missionaria comboniana a servizio degli immigrati. Parlando delle proprie identità culturali e di persone migranti e stranieri, le storie individuali incontrano la Storia.
Nella prefazione, il direttore della Caritas diocesana evidenzia che siamo in un momento complesso della storia. Il bene sembra fragile. Con facilità si è tacciati di buonismo, e chi non ha motivazioni profonde, con facilità viene meno. Specie davanti ai nostri fratelli e sorelle che vengono da lontano. Cosa fa la differenza, chi decide da che parte stare, cosa permette di uscire da questa silenziosa “guerra” che i “penultimi” sembrano muovere agli “ultimi”? È l’incontro reale con storie e volti. Tutti diversi. Incontrandoli, le differenze implorano desideri di convivialità più che di chiusura, le mani alzate implorano insieme il desiderio di pace e si fanno abbraccio, e pure le religioni diventano possibilità unica per essere vie di pace.
Le narrazioni che come corpo docenti della scuola abbiamo deciso di proporre sono strumento di conoscenza dell’altro e insieme tentativo di immedesimazione nel dolore della carne di chi, fratello/sorella, – per mera casualità e senza merito o demerito – è nato/a al di là della nostra frontiera, al di là del muro di tranquillità del nostro mondo, al di là del Mare nostrum. L’obiettivo delle storie raccolte in questo libello è il medesimo definito con precisione da un testimone di umanità che troppo presto ci ha lasciati, Alessandro Leogrande, nella “Frontiera”: scuotere le coscienze e spingerci a diventare viaggiatori, in una traversata di conoscenza certo più leggera di quella reale, dolorosa e pericolosa ma non meno impegnativa. Bisogna farsi viaggiatori per decifrare i motivi che hanno spinto tanti a partire e tanti altri ad andare incontro alla morte. Il senso di questa piccola raccolta quindi non è diverso dal sentimento che ci fa scegliere di uscire dalle nostre case, di tralasciare – anche se per poco tempo – i nostri impegni: perché ci interessa ciò che avviene al di là della porta di casa, perché “I care” è inscritto nella nostra storia come è scritta la definizione di straniero di don Lorenzo Milani sulla parete della stanza del dormitorio per persone senza dimora «don Vito Diana», sede della scuola di italiano: Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri”.
Prestare ascolto alle storie, volgere lo sguardo alla carne sofferente, uscire dal bozzolo sicuro delle nostre certezze non è oneroso, non è pericoloso, non è estraneo alla natura umana: tutt’altro! Produce ALLEGRIA. Ovvero quello stesso sentimento che distingue gli F.P. (= i Felici pochi) dagli I.M. (= gli Infelici molti) nella Canzone degli F.P. e degli I.M., grande manifesto di umanità scritto da Elsa Morante nel “Mondo salvato dai ragazzini”. Ed è per la felicità (quella del dono, dell’ascolto, della cura) che consigliamo a tutti quanti di provare ad aprire le porte delle proprie case, a non distrarre lo sguardo dalle insicurezze, dalle necessità.
Nel nostro tempo storico segnato dal bisogno di priorità (“gli italiani prima di tutto…”), di contese cavillose e meschine sulla legittimità (“non è competenza dell’Italia…”), dalla consuetudine di anteporre sempre più spesso all’illecito commesso la nazionalità di chi delinque, ascoltare le storie delle persone – carne viva al di là delle statistiche, dei numeri, delle quote di flussi restituisce ad un fenomeno storico, inevitabile e connaturato all’evoluzione della specie umana (le migrazioni), il volto e la dignità delle persone. E ciò non per tracciare linee di demarcazione tra chi è nel giusto e chi nell’errore: sbagliate sono le idee, non le persone, ammoniva don Primo Mazzolari in “Tu non uccidere”, sebbene certe idee pensavamo fossero state condannate definitivamente dalla Storia e dai Tribunali!
Il senso di ricostruire le storie – queste storie – insieme al senso di prestare il nostro supporto linguistico è occupare uno spazio (anche fisico: la scuola) in cui le nostre voci – fuori dal coro, umili ma allo stesso tempo non timorose di levarsi stentoree –, proclamino il diritto a vivere e ad agire secondo un unico imperativo: l’umanità prima di tutto. La scoperta della fratellanza (e della sorellanza) è lo squarcio improvviso di vero, come dice Franco Marcoaldi in un passaggio del suo poema “Il mondo sia lodato”. E come Marcoaldi anche noi – nonostante tutto – vogliamo lodare.

Francesca

 

Organizzata dalla Caritas, il giorno 8 febbraio si è tenuta la Veglia di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. La Veglia è iniziata con una processione nella quale persone con maschera bianca sono entrate portando la cartina del mondo e i 5 ceri (candele) con fiocchi o panni colorati dei continenti, e altre persone che annunciavano titoli di notizie di cronaca attinenti al fenomeno della tratta: “Il 72% delle persone trafficate sono donne”; “Il lucro illecito prodotto dallo sfruttamento sessuale corrisponde ai due terzi del guadagno illecito prodotto dalla tratta di persone”; “Jamil si è indebitato per dar da mangiare alla famiglia. Minacciato, ha dato un rene per pagare il debito”. Abbiamo ascoltato quindi un appello di papa Francesco affinché i singoli e i gruppi facciano “rete” tra loro nell’impegno contro il fenomeno della tratta, nonché ad avere il coraggio di denunciare, perché “chi vede e omette, uccide”, e non possiamo essere indifferenti, perché – usando un principio base della dottrina economica – è a causa di una “domanda” di prestazioni sessuali e organi che vi è una “offerta”.
Mi chiedo: sarei disposta – come Comboni – a dare la mia vita per offrire il mio impegno contro la tratta? Nel mio periodico accostarmi alle vittime in uno dei luoghi più periferici della città di Bari, mi rendo conto di essere limitata nel poter salvarle tutte… ma è illimitata la gioia di condividere con loro, un abbraccio, una preghiera, la proposta di offrire loro una possibilità di riscatto. Dobbiamo, con coraggio e senza vergogna, essere lievito all’interno della Chiesa, esortandola ad essere “in uscita”, a non dimenticare, a non restare indifferente di fronte al problema della tratta. Inoltre, come diceva il celebrante della Veglia, dobbiamo chiedere perdono a Dio per questo aberrante fenomeno.

Graziana

 

Organizzato dal Centro Missionario, il giorno 18 febbraio si è tenuto un incontro-testimonianza con le Piccole Sorelle del Vangelo, congregazione religiosa di suore che si ispira alla spiritualità di Charles de Foucauld, caratterizzata dall’essere “contemplativi nel mondo”, testimoni del senso più profondo della vita di Gesù a Betlemme e Nazareth. A Bari vivono all’interno di uno dei campi rom cittadini. Il titolo dell’incontro, “Seme gettato nel mondo”, corrisponde perfettamente alla vita che le suore svolgono in questo contesto.
Le suore si sostengono economicamente raccogliendo ciottoli sulle spiagge, che dipingono aiutati anche dai bambini del campo; le pietre, una volta decorate, sono vendute nelle strade e nelle piazze del territorio locale. Le suore dormono, come gli altri membri del campo, in una baracca, condividendo inoltre con loro i servizi igienici, i pasti… insomma, fanno vita comune. La loro vuole essere una presenza di amicizia e amore nella quotidianità, nella consapevolezza che ci vuole tempo per costruire delle relazioni profonde. Il loro obiettivo inoltre è quello che gli abitanti del campo creino legami non solo con le suore, ma anche con le persone del luogo (insegnanti, medici, ecc.), per un pieno inserimento nella realtà locale.
Con umiltà e amore, le suore ci hanno trasmesso la loro grande vocazione missionaria. Ascoltarle è stato molto positivo. Grazie a Dio per queste figlie e per i doni ci dà!

Maria

 

Organizzato dai Missionari Comboniani, il giorno 19 febbraio si è tenuto il secondo incontro del ciclo “Martedì della conoscenza”, nel quale ci si è messi in ascolto è si è dialogato con immigrati che si sono pienamente inseriti nel contesto socio-lavorativo italiano.
Skender Topi, medico chirurgo albanese presso l’Università di Elbasan, ha esordito dicendo che nelle difficoltà c’è comunque bellezza e ha rammentato che nei suoi primi mesi in Italia ogni fine settimana riceveva da mangiare da due famiglie povere italiane: questa esperienza lo porta ad affermare che gli immigrati sono chiamati ad offrire il loro contributo – materiale, intellettuale, morale – alla collettività che li accolgono, e che il miglior dono che si può fare all’altro è l’esempio di vita.
Blaise Essoua, mediatore culturale camerunense, ha affermato che l’accoglienza delle diversità non è uno stare accanto all’altro, ma attraverso l’altro. Secondo lo storico burkinabé Joseph Ki-Zerbo l’identità non è un oggetto statico, un concetto astratto, ma un processo che ingloba passato, presente, futuro. L’identità non si evince dal DNA: non esiste un unico DNA umano, a differenza di alcune specie animali.

Fabrizio

Una risposta a “Risonanze su iniziative nel territorio locale”

  1. Daniele Bettenzoli scrive:

    Come LMC con base a Venegono, sono impressionato per l’attivismo dei LMC di Bari.
    Complimenti con l’augurio che il vostro esempio sia di stimolo per molti.

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