| Dal notiziario informativo LMC - settembre 2006 |
| Zambia |
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Sono Lorenzo, ho 45 anni e sono un laico missionario comboniano da due anni al Chikowa Youth Development Centre di Chikowa, un progetto di sviluppo di un’area rurale nell’Est dello Zambia, iniziato e tuttora gestito dai missionari comboniani.
Un paio di mesi dopo essere tornato a casa da quell’esperienza, ho chiesto di poter tornare a Chikowa per spendere una parte della mia vita a servizio della gente e del progetto. Il tutto si è concretato dopo due anni, tanto è durata la preparazione, un tempo lunghissimo finché lo vivi, non molto se lo guardo ora. Di quel tempo ricordo le preoccupazioni per quello che mi ero messo in testa di fare, gli incontri, il corso di preparazione per l’Africa al CUM di Verona. Corso che non volevo fare, perché reputavo un’inutile perdita di tempo, per via della fretta appunto, e che invece è stato molto bello e preparatorio anche per chi, come me, non era a digiuno in materia di Africa. Sono arrivato a Chikowa alla fine del 2004 e non ero nuovo del posto. C’ero già stato in un paio d’occasioni, durante le ferie estive, e in un’altra occasione per alcuni mesi, per testare e testarmi, per vedere come avrei reagito ad un’esperienza più lunga. Io lo sapevo benissimo come avrei reagito, ma dovevo farlo vedere, far sapere che potevano contare su di me. L’esperienza fu molto positiva per me e per gli altri operatori e religiosi del progetto. Arrivato a Chikowa, per un paio di mesi ho vissuto in missione, assieme ai padri e ai confratelli comboniani e seguivo quindi i ritmi della comunità. La convivenza è stata positiva, l’atmosfera era cordiale. Poi sono passato ad abitare nella casa che mi è stata messa a disposizione. Subito dopo sono andato nel seminario di Balaka, nel Malawi per seguire un corso di chichewa, la lingua parlata in quell’area dello Zambia e, nel contempo, dare una mano a fare dei lavori di manutenzione. Sono tornato a Chikowa a marzo un po’ deluso perché mi sembrava di non aver imparato la lingua, non riuscivo a dire quello che volevo. Effettivamente, come ho successivamente scoperto, le basi per la comprensione della lingua erano gettate: la struttura, le regole grammaticali. Bastava solo metterle in pratica, e questo è avvenuto a Chikowa, quando, per forza di cose, ho dovuto parlare con la gente. La cosa mi piaceva molto, e mi piace molto, ma i primi tempi è stato frustrante. Star lì e cercare di comprendere le singole parole, cercare di capire cosa vogliono dire, e poi cercare le parole per dire quello che vuoi dire. Ah! Ai primi tempi, molte sere le passavo assieme ai ragazzi della scuola, solo ascoltando (capendo poco o niente) mentre parlavano tra loro, questo è ancora più difficile perché i giovani parlano un linguaggio con molti termini “giovanili”, insomma, una specie di slang! Tutt’altro che chichewa. Oppure mi metto a leggere la Bibbia in chichewa e poi la confronto con quella in inglese per vedere se ho capito, sempre col vocabolario d’inglese a portata di mano perché, anche lì, non è che sono forte. Quando si vive a contatto con la popolazione è importante saper leggere (non dico capire, ma accorgersi) il comportamento della gente così diverso dal nostro, anche se sembrano uguali a noi il loro bagaglio culturale è profondamente diverso. Il mio lavoro a Chikowa si svolge principalmente, ma non esclusivamente, in due campi: l’amministrazione dell’ufficio, la contabilità, entrate-uscite, la gestione degli operai impiegati al progetto (una ventina), paghe, contributi, contratti, ecc. Il secondo riguarda invece il coordinamento della falegnameria. In sostanza devo tenere i contatti tra i clienti e la falegnameria, curare tutto il processo di produzione: dal preparare il preventivo per i mobili, al comperare il legno, alla fase di realizzazione, alla consegna. È stato veramente nuovo per me, non ho mai fatto il falegname e non sapevo niente della materia. In questo mi hanno aiutato molto gli stessi africani, gli operai della falegnameria, che in ciò mi hanno cresciuto. Per altre cose non rimane molto tempo. La sera viene buio alle sei e quindi non si può andare da nessuna parte se non alla missione a guardare la tv o fare quattro chiacchiere. Una raccomandazione che mi sentirei di fare a chi abbia in mente di fare un’esperienza di volontariato è quella di non andare in missione con secondi o terzi fini. La missione è per la gente, per servire la gente, per stare con loro, e ti deve piacere, altrimenti non funziona. Aggiungi un commento |










