Gruppi di base

I gruppi di base o “comunità territoriali”, sempre in cerca di percorsi inediti, sono luoghi di impegno sul territorio, di vocazione e formazione, di invio e sostegno di partenti.

Risonanze su iniziative nel territorio locale

All’entrare nella parrocchia di Sant’Antonio, in Bari Carbonara, la sera del 12 giugno, l’occhio si posa subito, incuriosito, su questo personaggio particolare. La barba ormai canuta e lunga, infatti, non passa certo inosservata. Incastonati nel suo volto, un paio di occhi azzurri. E se gli occhi sono lo specchio dell’anima, i suoi rivelano un’anima bellissima, autentica, genuina. Impugna un bastone di legno, simbolo di una persona che ha tanto camminato e che ancora tanto, finché Dio gliene darà la forza, vuole camminare. Un saio verde oliva avvolge il suo corpo, “verde speranza” ci tiene a precisare.
Sì, è una figura fuori dal tempo quella di fratel Biagio Conte, fondatore della missione “Speranza e Carità”. Prende il microfono e comincia a parlare, con un lieve accento siculo che tradisce subito la sua provenienza. È emozionato, un po’ impacciato, con quell’atteggiamento tipico di chi parla con grande umiltà, di chi vive di gratitudine, di Provvidenza e niente più.
Perché non imitare i santi?”. Alza subito la posta in gioco fratel Biagio. Il suo parlare è un continuo saltare dalla sua vita passata, di giovane della Palermo bene, schiavo delle mode e mai pago, alla sua nuova vita in Cristo. Nel mezzo, una rottura drastica, frutto di un senso di avversione per una società malata nella quale non si riconosceva più. “Una società che lascia indietro i deboli non è una società; prima o poi crolla, si sfalderà”, sentiva dentro di sé senza riuscire a dare un volto a questa voce. Quel viso l’ha trovato in Gesù Cristo e da allora la sua vita non è stata più la stessa. “Mi ha dato una vita nuova”, urla di gioia fratel Biagio.

Incontro 6 luglio 2019

LAICI MISSIONARI COMBONIANI: UNA PANORAMICA GENERALE

 

Preghiera
(Ringraziamento di fine anno – don Tonino Bello)

Eccoci, Signore, davanti a te. Col fiato grosso, dopo aver tanto camminato. Ma se ci sentiamo sfiniti, non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto, o abbiamo coperto chi sa quali interminabili rettilinei.
È perché, purtroppo, molti passi, li abbiamo consumati sulle viottole nostre, e non sulle tue: seguendo i tracciati involuti della nostra caparbietà faccendiera, e non le indicazioni della tua Parola; confidando sulla riuscita delle nostre estenuanti manovre, e non sui moduli semplici dell’abbandono fiducioso in te.
Forse mai, come in questo crepuscolo dell’anno, sentiamo nostre le parole di Pietro: “Abbiamo faticato tutta la notte, e non abbiamo preso nulla”.
Ad ogni modo, vogliamo ringraziarti ugualmente. Perché, facendoci contemplare la povertà del raccolto, ci aiuti a capire che senza di te, non possiamo far nulla. Ci agitiamo soltanto.
Ma ci sono altri motivi, Signore, che, al termine dell’anno, esigono il nostro rendimento di grazie. Ti ringraziamo, Signore, perché ci conservi nel tuo amore. Perché continui ad avere fiducia in noi.
Grazie, perché non solo ci sopporti, ma ci dai ad intendere che non sai fare a meno di noi. Grazie, Signore, perché non finisci di scommettere su di noi.
Perché non ci avvilisci per le nostre inettitudini. Anzi, ci metti nell’anima un così vivo desiderio di ricupero, che già vediamo il nuovo anno come spazio della speranza e tempo propizio per sanare i nostri dissesti.
Spogliaci, Signore, di ogni ombra di arroganza. Rivestici dei panni della misericordia e della dolcezza. Donaci un futuro gravido di grazia e di luce e di incontenibile amore per la vita.
Aiutaci a spendere per te tutto quello che abbiamo e che siamo. E la Vergine tua Madre ci intenerisca il cuore. Fino alle lacrime.

Risonanze su iniziative nel territorio locale

Il giorno 2 maggio presso la Basilica di San Nicola di Bari l’Ufficio Migrantes dell’Arcidiocesi Bari-Bitonto ha animato la celebrazione eucaristica intitolata San Nicola il pellegrino, una messa per e con i migranti che si tiene in una delle giornate del novenario di preparazione alla ricorrenza del santo patrono della città.
Un momento bello di ecumenismo vero, reale, senza confini come termine invoca, perché ha messo in relazione “fedeli locali” con persone di diversa nazionalità e religione insediate nel territorio barese oppure ospiti del CARA di Bari Palese, resi partecipi del rito con l’ufficio delle letture e le preghiere dei fratelli proclamate e recitate in lingua inglese e italiana.
Una testimonianza che un’armonia tra le “differenze” è possibile se si creano occasioni d’incontro, ascolto e conoscenza dell’altro, sebbene faticoso.
In quest’ottica, il rito è stato preceduto da una breve spiegazione alle persone ospitate presso il CARA della storia e delle opere del santo – nonché della tradizione barese ad esso ruotante –, una storia di migrazione come la loro giacché, San Nicola, originario di Patara di Licia, in Turchia, ha svolto il suo ministero, prima sacerdotale poi vescovile, a Myra e ha fatto esperienza di prigionia ed esilio durante l’impero di Diocleziano. Una storia, anch’essa, che ha attraversato i mari e che nemmeno dopo la morte lo ha visto giacere fisso in un posto perché le sue ossa furono trafugate da 62 marinai baresi dalla Cattedrale di Myra per essere poi condotte, per nave, nella loro città di Bari.

Incontro 1 giugno 2019

Religiosi e laici, insieme nella stessa “famiglia carismatica”

Preghiera
(Invocazione allo Spirito Santo – don Tonino Bello)

Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti.
Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria. Dissipa le sue rughe. Fascia le ferite che l’egoismo sfrenato degli uomini ha tracciato sulla sua pelle. Mitiga con l’olio della tenerezza le arsure della sua crosta. Restituiscigli il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze gli hanno strappato, e riversa sulle sue carni inaridite anfore di profumi.
Permea tutte le cose, e possiedine il cuore. Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiagge di bitume. Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace.
Spirito Santo, che riempivi di luce i profeti e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca, torna a parlarci con accenti di speranza. Frantuma la corazza della nostra assuefazione all’esilio. Ridestaci nel cuore nostalgie di patrie perdute. Dissipa le nostre paure. Scuotici dall’omertà. Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri. E preservaci dalla tragedia di dover riconoscere che le prime officine della violenza e della ingiustizia sono ospitate dai nostri cuori.

Messa di invio

Il 13 giugno alle 20.30 nella chiesa di S. Lorenzo, a Bologna, è stata celebrata la messa di invio con l’arcivescovo Zuppi; la diocesi di Bologna mi invia in missione come fidei donum.
Questo mio secondo mandato ad extra nasce all’interno del centro missionario diocesano, di cui faccio parte, che ha deciso di creare una collaborazione con la diocesi di San Salvador di Bahia, aprendo nuove strade di partecipazione e cooperazione tra le due diocesi. Questo mi fa molto piacere perché permetterebbe al centro missionario – impegnato attualmente solo in Tanzania (diocesi di Iringa) – di aprire una finestra alla realtà latinoamericana.
È anche una partenza “insolita” all’interno dei LMC, perché non è un progetto dei religiosi o dei laici comboniani, ma frutto di una collaborazione esterna e forse possibile apripista per il futuro.

Risonanze su iniziative nel territorio locale

In data 30 aprile si è tenuto il quarto incontro del ciclo “Martedì della conoscenza” organizzato dai Missionari Comboniani di Bari dal titolo “Appunti di Diritto Migratorio: Protezione, Accesso, Limiti” nel quale Uljana Gazidede, avvocato del Foro di Bari, ha tratteggiato le problematicità legali esistenti nella disciplina del diritto migratorio.
Una materia che vede, oggi, molti settori devoluti alla competenza legislativa dell’Unione Europea nell’ottica di realizzazione di una politica immigratoria comunitaria nell’equo trattamento dei cittadini dei paesi terzi regolarmente soggiornanti negli Stati membri (art. 79 TFUE) a cui questi devono, quindi, conformarsi, residuando la loro potestà solo negli ambiti specificamente previsti dai Trattati.
Tuttavia, tale normativa soffre, ancora, di un’applicazione frammentaria e farraginosa a livello governativo nazionale che genera un iter complesso e poco trasparente pregiudicante l’accertamento della regolarità degli ingressi e, di conseguenza, il rilascio dei permessi di soggiorno o di una qualche forma di protezione giuridica in favore degli immigrati.
L’avv. Gazidede, originaria di Durazzo, rappresenta una fetta di storia dell’immigrazione albanese in terra di Bari che ha provato sulla propria pelle cosa significa scappare dal proprio Paese per ragioni forzate, dover essere ammessi da uno Stato e doversi inserire in contesti diversi da quelli di appartenenza: circostanze che hanno alimentato in lei il desiderio di accompagnare la popolazione albanese e chi non è comunitario sulla strada diretta al riconoscimento di quei diritti che dovrebbero esserlo per natura, come il semplice fatto di “essere”, “stare” su una parte di Terra, di migrare, per l’appunto: diritto che, invece, risulta essere, da sempre, una prerogativa di una sola fetta di mondo e una negazione per la restante parte.

Incontro 27 aprile 2019

IN ASCOLTO DI ALCUNI TESTIMONI


Preghiera
(Maria, donna del terzo giorno – don Tonino Bello)

Santa Maria, donna del terzo giorno, destaci dal sonno della roccia. E l’annuncio che è Pasqua pure per noi, vieni a portarcelo tu, nel cuore della notte.
Non aspettare i chiarori dell’alba. Non attendere che le donne vengano con gli unguenti. Vieni prima tu, coi riflessi del Risorto negli occhi e con i profumi della tua testimonianza diretta.
Quando le altre Marie arriveranno nel giardino, con i piedi umidi di rugiada, ci trovino già desti e sappiano di essere state precedute da te, l’unica spettatrice del duello tra la vita e la morte. La nostra non è mancanza di fiducia nelle loro parole. Ma ci sentiamo così addosso i tentacoli della morte, che la loro testimonianza non ci basta. Esse hanno visto, sì, il trionfo del vincitore. Ma non hanno sperimentato la sconfitta dell’avversario. Solo tu ci puoi assicurare che la morte è stata uccisa davvero, perché l’hai vista esanime a terra.
Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli. Che la fame, il razzismo, la droga sono il riporto di vecchie contabilità fallimentari. Che la noia, la solitudine, la malattia sono gli arretrati dovuti ad antiche gestioni. E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate come la brina dal sole della primavera.
Santa Maria, donna del terzo giorno, strappaci dal volto il sudario della disperazione e arrotola per sempre, in un angolo, le bende del nostro peccato. A dispetto della mancanza di lavoro, di case, di pane, confortaci col vino nuovo della gioia e con gli azzimi pasquali della solidarietà.
Donaci un po’ di pace. Impediscici di intingere il boccone traditore nel piatto delle erbe amare. Liberaci dal bacio della vigliaccheria. Preservaci dall’egoismo. E regalaci la speranza che, quando verrà il momento della sfida decisiva, anche per noi come per Gesù, tu possa essere l’arbitra che, il terzo giorno, omologherà finalmente la nostra vittoria.

Risonanze su iniziative nel territorio locale

Organizzato dalla Caritas diocesana, il giorno 2 marzo si è tenuto un incontro sul tema Beati i miti. AAA Parole e gesti non violenti CERCASI”, nel quale è intervenuto Marco Iasevoli, giornalista di “Avvenire” che ha offerto molteplici spunti di riflessione.
La mitezza non riguarda soltanto atteggiamenti e comportamenti, ma è anche un progetto culturale: per sostenere un servizio ci vuole sempre formazione e cultura, perché ad un certo punto per andare avanti, per procedere, per migliorare, non basta la buona volontà. La mitezza ci richiama all’unità della nostra persona, alla coerenza tra fede e vita: non è possibile essere cristiani solo in chiesa ma non anche in famiglia, al lavoro, per strada, sui social network. Attraverso la formazione e la cultura siamo chiamati a fare sintesi delle varie pulsioni che ci abitano.
Bisogna fare attenzione ad un rischio, e cioè che non si passi dalla “mitezza” al sentirsi “mito”: è necessario purificarsi costantemente dalla tentazione di vivere il servizio come un potere.

Incontro 30 marzo 2019

LA MISSIONE DI COMBONI: LA STORIA, LE SFIDE, LE SUE SCELTE

 

Preghiera
(Maria, donna del Sabato santo – don Tonino Bello)

Santa Maria, donna del Sabato santo, estuario dolcissimo nel quale almeno per un giorno si è raccolta la fede di tutta la Chiesa, tu sei l’ultimo punto di contatto col cielo che ha preservato la terra dal tragico blackout della grazia. Guidaci per mano alle soglie della luce, di cui la Pasqua è la sorgente suprema.
Stabilizza nel nostro spirito la dolcezza fugace delle memorie, perché nei frammenti del passato possiamo ritrovare la parte migliore di noi stessi. E ridestaci nel cuore, attraverso i segnali del futuro, una intensa nostalgia di rinnovamento, che si traduca in fiducioso impegno a camminare nella storia.
Santa Maria, donna del Sabato santo, aiutaci a capire che, in fondo, tutta la vita, sospesa com’è tra le brume del venerdì e le attese della domenica di Risurrezione, si rassomiglia tanto a quel giorno. È il giorno della speranza, in cui si fa il bucato dei lini intrisi di lacrime e di sangue, e li si asciuga al sole di primavera perché diventino tovaglie di altare.
Ripetici, insomma, che non c’è croce che non abbia le sue deposizioni. Non c’è amarezza umana che non si stemperi in sorriso. Non c’è peccato che non trovi redenzione. Non c’è sepolcro la cui pietra non sia provvisoria sulla sua imboccatura. Anche le gramaglie più nere trascolorano negli abiti della gioia. Le rapsodie più tragiche accennano ai primi passi di danza. E gli ultimi accordi delle cantilene funebri contengono già i motivi festosi dell’alleluia pasquale.
Santa Maria, donna del Sabato santo, raccontaci come, sul crepuscolo di quel giorno, ti sei preparata all’incontro col tuo figlio Risorto. Quale tunica hai indossato sulle spalle? Quali sandali hai messo ai piedi per correre più veloce sull’erba? Come ti sei annodata sul capo i lunghi capelli di nazarena? Quali parole d’amore ti andavi ripassando segretamente, per dirgliele tutto d’un fiato non appena ti fosse apparso dinanzi?
Madre dolcissima, prepara anche noi all’appuntamento con lui. Destaci l’impazienza del suo domenicale ritorno. Adornaci di vesti nuziali. Per ingannare il tempo, mettiti accanto a noi e facciamo le prove dei canti. Perché qui le ore non passano mai.