RIFLESSIONI SUL LAICATO COMBONIANO, di Francesco Accardo
Notizie
RIFLESSIONI SUL LAICATO COMBONIANO

di Francesco Accardo

Mi sembra alquanto strano che i laici comboniani siano ancora in fase di ricerca di identità e di criteri di discernimento, tenendo presente la bella bozza di documento del 2003 “Testimoni del Vangelo al servizio del mondo”. Forse il documento e rimasto allo stato di bozza e non ha avuto seguito, dal momento che non ne ho saputo altro? In proposito, a suo tempo avevo anche inviato una mail nella quale feci presente che in merito al paragrafo formazione suggerivo di sostituire il termine multicultura con il più pertinente intercultura, affermando per il resto la sostanziale positività di tutto il documento. Inoltre, sul tema dell’identità del laico comboniano e dei rapporti con tutta la famiglia comboniana ho scritto diverse riflessioni: nel 2001 un opuscolo che fu consegnato al convegno dei laici a Pesaro da P. Antonini ( e che ti invio); nel 2005 un nuovo contributo pubblicato sia sul Notiziario della provincia italiana(5/2005), sia on line su Familia comboniana, sia sul MCCJ Bulletin n.227 (sicuramente in tuo possesso); infine ho recentemente inviato una lettera personale sulla Ratio missionis al Generale, il quale l’ha resa pubblica in diverse occasioni (e che pure ti invio).
Sento di condividere e ritengo ancora attuale la Bozza del documento del 2003 e spero possano essere utili le riflessioni che ti invio in allegato. Mi sento di aggiungervi solo alcuni punti:

  1. Dovrebbe essere ben chiaro ormai che la missione, insieme alla santità, costituisce parte integrante e fondamentale della vocazione cristiana ricevuta con il battesimo e la cresima e fa parte della natura stessa della Chiesa. Pertanto, l’aggettivo missionario non costituisce un’esclusiva solo per chi parte per la missio ad gentes (tenendo anche  presente che non è il luogo geografico che ti fa missionario) e mi sembra, almeno sul piano nominale, una differenza forzata tra L.C. e L.M.C.  Certo, tra chi vive la missio ad gentes tra i pagani (?)del sud del mondo e chi la vive tra i neopagani(!)del nord esiste una differenza di grado e modi, ma non di essenza.
  2. Riguardo alle relazioni dei laici con le comunità comboniane, penso che si debba superare una certa compartimentizzazione tra le due realtà e favorire una reale corresponsabilità anche nella programmazione del lavoro comunitario, in particolare per l’animazione missionaria e la pastorale vocazionale. Con questo non si pretende di entrare nella “coppola del parrucchiano” ( traduz. letterale: nel cappello del parroco; colorita espressione napoletana per sottolineare la differenza di essenza e non solo di grado tra preti e laici e invito a questi ultimi a non entrare troppo nelle cose dei preti), ma a volte un aperto e sincero confronto di reciproco sostegno tra consacrati e laici non fa male.
  3. Indubbiamente, i laici comboniani devono impegnarsi e sforzarsi di essere persone che vivono una testimonianza di vita cristiana e missionaria là dove vivono ed operano, con una formazione umana e spirituale e una preparazione anche teologica, in grado di raccogliere le sfide a tutto campo che ci vengono dalla realtà circostante. Quindi è fondamentale un cammino di formazione ed autoformazione non occasionale, ma permanente.
  4. In merito ai rapporti a livello locale tra L.C. e Comunità troverai altre riflessioni in merito negli allegati. E’ chiaro che non bisogna essere dei single-combonian-dipendent, legati cioè ad un singolo missionario o al superiore, bensì alla e alle comunità. Così, in merito alla eventuale forma civile e canonica,farei attenzione a non creare una specie di terziari, con il rischio di far prevalere la legge sullo Spirito, pur non escludendo a priori una seria riflessione in merito.
  5. Infine, su chi debba dare la patente a chi è o non è L.C., lasciamo questo compito prima di tutto allo Spirito Santo e poi alla vita, alla testimonianza e  all’impegno di ciascuna persona o gruppo nelle comunità locali in unione con tutta la famiglia comboniana.

Franco Accardo e co.

I LAICI, COMBONI E LA MISSIONE

di Francesco Accardo

«Come il Padre ha mandato me così io mando voi» (Gv.20,21).
«Gesù disse loro: Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc. 16,15).
«Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato». (Mc.5,19).
Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa e la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare. « La Chiesa è per sua natura missionaria in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre deriva la propria origine». ( Ad Gentes 2).
L’evangelizzazione è un’azione globale e dinamica, che coinvolge la Chiesa nella sua partecipazione alla missione profetica, sacerdotale e regale del Signore Gesù. E’ un atto profondamente ecclesiale, che chiama in causa tutti i battezzati, ciascuno secondo i propri carismi e il proprio ministero.
Molto spesso, parlando dei laici, e nonostante il Concilio Vaticano II, si resta ancora prigionieri di una visione ecclesiologica di tipo piramidale, per cui la posizione dei laici nella Chiesa risulta ancora quella descritta da Y. Congar: in ginocchio dinanzi all’altare, seduto di fronte al pulpito, mano al portafoglio per sostenere le opere cattoliche. Certo, non siamo più alla codificazione del Decretum Gratiani che distingueva i due generi di cristiani né all’epoca in cui laico era sinonimo d’illetterato (o idiotes) destinato a salvarsi l’anima in condizione d’inferiorità, data anche la supremazia della verginità e del celibato sul matrimonio.
Tuttavia, permangono degli equivoci che fanno scattare strani meccanismi: nei laici una sorta di complesso dell’invidia del prete e in questi un complesso di castrazione nei confronti del laico. In altre parole, il laico tende a clericalizzarsi vedendo nel prete e nel religioso una sorta di plenitudo dell’essere cristiani, mentre il prete o il religioso vede nelle azioni del laico un possibile attentato alle proprie prerogative, troppo spesso concepite in maniera totalizzante e onnicomprensive di tutti i carismi e ministeri.
Altro persistente equivoco è quello di concepire la missione solo come missio ad extra e demandata ad una porzione di specialisti. Indubbiamente, per le Chiese del nord del mondo, ancora oggi piuttosto stanziali e sedentarie, espressioni come prendere il largo, volare alto, suonano nuove e insolite; per troppo tempo le nostre navi sono rimaste alla fonda nei porti, ancorate all’illusione di una società, bene o male, ancora cristiana.
Il Concilio Vaticano II, invita a ritornare alle origini e riscoprire la Chiesa quale Popolo di Dio, con un'unica vocazione alla santità (Ef.1,4) e un’unica missione, cioè la diffusione del Regno rendendo gli uomini partecipi della salvezza e ordinando il mondo a Cristo. Unità di vocazione e di missione che si esplica nella diversità di funzioni, carismi e ministeri.
Si tratta, quindi, di entrare in una visione ecclesiologica globale, per superare il binomio di contrapposizione gerarchia-laicato a favore del binomio di comunione/comunità-carismi /ministeri.
A ben riflettere, Gesù, nella società del suo tempo, è stato un laico: per condizione anagrafica (discendenza davidica e non levitica), ma ancor più per le sue scelte e il suo modo di rapportarsi di fronte al sacro. Basti pensare al suo distacco dal formalismo e dal ritualismo (Mc. 7,1-23 e //), alle polemiche sul sabato (Mc.2,1-28; 3,16 e //), alla rottura che egli opera delle barriere del sacro: «Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori»(Gv.4,23). La stessa Incarnazione del Verbo fa sì che «nulla è profano per quelli che sanno come guardare» (Theilard de Chardin), senza dimenticare che Gesù viene condannato a morte, da sacerdoti, per bestemmia, sacrilegio e profanazione del tempio (Mc.14,53-65 e //).
Al tempo stesso, Cristo Signore è il Pontefice, l’unico sommo Sacerdote assunto di mezzo agli uomini (Eb.5,1-5) che fa del nuovo popolo « un regno e sacerdoti per il Dio e Padre suo» (Ap.1,6).
«Infatti per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di Colui, che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce (cfr. 1Pt.2,4-10)» (Lumen Gentium 10). Di conseguenza, senza nulla togliere alla differenza essenziale e non solo di grado tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale, il Concilio afferma che sono ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, a proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo.
In fondo, se essere chierici significa aver parte alla “sorte” (Klèros) di Dio nel mondo, allora anche i laici, pur rimanendo laici, sono chierici; se essere laici significa far parte del “popolo” (laòs) di Dio, allora anche i chierici, pur rimanendo chierici, sono laici. Chierici e laici sono distinti per essere uniti.
L’unità di missione richiede che ogni cristiano senta l’urgenza dell’annunzio, per cui il «guai a me se non predicassi il vangelo» (1Cor.9,16) di S. Paolo costituisce un invito e un monito per tutti e in ogni circostanza, opportuna e inopportuna, ad intra e ad extra, nella propria casa e tra la propria gente e fino agli estremi confini della terra.
La Chiesa è tutta e sempre ministeriale e missionaria. Pertanto i laici e le chiese locali devono superare una mentalità di delega e pantofolaia, cui corrisponde una pastorale di manutenzione dell’esistente, e gli stessi missionari ad gentes devono vivere in stato di missione permanente e non cadere nella tentazione di sentirsi in una sorta di limbo quando ritornano nei paesi di origine. Nell’ottica del Vangelo, non è il posto geografico che fa il missionario, ma l’amore per la missione, la coscienza d’essere e sentirsi tutti chiamati e mandati ovunque e a chiunque come Gesù, missionario del Padre, «per servire e non per essere servito» (Mt.20,28). Da qualche anno si parla dell’importanza di riaprire il libro delle missioni: è un’operazione di riapertura e lettura da fare insieme, in reciproco ascolto e arricchimento se non vogliamo cadere nella retorica delle belle frasi.Si tratta di raccogliere la sfida di una pastorale sinfonica, in cui tutti si mettano in stato di missione facendo oggi per scelta ciò che si dovrà fare domani per forza.Urge che ogni cristiano riscopra che la sua vita è testimonianza dentro le forme della vita quotidiana, nella famiglia, nel lavoro, nel condominio, nei luoghi del divertimento e del volontariato fino agli spazi sterminati della vita sociale e culturale: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato». (Mc.5,19).
Una testimonianza diffusa che raccolga la sfida e lo scandalo del quotidiano e dell’ordinario, tenendo presente che Gesù stesso vive il rifiuto e lo scandalo nella sua stessa casa: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (Mc.6,4).
Per Comboni la missione è cattolica nel senso pieno del termine – katà olon- cioè presso tutti; è l’andare di tutti, dovunque e a chiunque. Egli è profondamente convinto che il soggetto della missione è tutta la Chiesa in tutte le sue componenti: «L’Opera dev’essere cattolica, non già spagnola o francese o tedesca o italiana. Tutti i cattolici devono aiutare i poveri Neri…col nostro piano noi aspiriamo ad aprire la via all’entrata della fede cattolica in tute le tribù in tutto il territorio abitato dai neri. E per ottenere questo, mi pare, si dovranno unire insieme tutte le iniziative». (Scritti, 944). Al tempo stesso nutre una fiducia profonda nelle capacità di «tutti i cattolici del mondo» di interessarsi e impegnarsi per e nella missione e di trovare nel loro cuore «un appoggio di favore e di aiuto, investiti e compresi dallo spirito di quella sovrumana carità, che abbraccia l’immensa vastità dell’universo, e che il divin Salvatore è venuto a portar sulla terra.» (S.843). La sua fiducia si lega ad una visione di speranza profetica: «Noi speriamo, sì lo speriamo, che la santa Chiesa, l’eco della Eterna Parola del Figliuolo di Dio…stenderà il suo manto glorioso su tanta parte della sua eredità, e che i generosi suoi figli accorreranno solleciti da ogni angolo della terra a prestar l’opera loro, per cristianizzare e incivilire…Gli apostoli, che marceranno a quella grande conquista, non porteranno all’Europa le spoglie dei vinti, non soggiogheranno quei popoli a guisa di terreni conquistatori; ma ad imitazione del Divin Pastore, dalle spine ond’erano avviluppate, e dall’oppressione nella quale giacevano, toglieranno sopra le loro spalle quelle misere pecorelle, menandole il trionfo ai liberi ed ubertosi pascoli della chiesa» (S.2791).Possiamo ben cogliere in questo passo le linee di una metodologia missionaria capace di fondere evangelizzazione, promozione umana e inculturazione.
Comboni, però, unisce alla visione anche una concretezza d’impegno per la sua attuazione: « Ogni impresa di grande importanza ha bisogno di un’organizzazione che risponda allo scopo e che sia sapiente..uno scopo ben determinato e chiaramente formulato, un fondamento sodo e inconcusso…i mezzi necessari e le forze collaboratrici, con le quali soltanto ci si può ripromettere fruttuosi risultati». ( S.2469). Proprio per questo la missione è cosa troppo seria per essere un affare soltanto di preti o frati e monache, anzi sembra che«l’esperienza abbia comprovato che preti e frati difficilmente si accordano nel lavoro di una medesima vigna» (S.3012) e spesso Comboni si sente «un povero diavolo che deve lottare coi preti, coi frati, colle monache di ogni razza e nazione, coi turchi, coi frammassoni e soprattutto coi santi…matti» (S.4297) e qualche volta ci si arrabbia pure «Peccati mai più! Frati mai più!» (S.4381), individuando anche il nocciolo del problema nell’egoismo, nell’ipocrisia e, soprattutto, nell’incapacità di tanti religiosi di confidare veramente in Dio (cfr. S.6880). Il missionario, secondo Comboni, è l’uomo capace di condividere fino in fondo la vita del suo popolo, chiamato a vivere una fede incarnata nel senso più pieno e più alto del termine, con un’autenticità che smaschera ogni divorzio tra spirito e materia: «Una missione sì ardua e laboriosa come la nostra non può vivere di patina, e di soggetti dal collo storto ma pieno di egoismo e di se stessi, che non curano come si deve la salute e la conversione delle anime. Bisogna accenderli di carità, che abbia la sua sorgente da Dio, e dall’amore di Cristo, e quando si ama davvero Cristo, allora sono dolcezze le privazioni, i patimenti» (S.6655-6656).
La spiritualità del Comboni si nutre e vive di preghiera saldamente ancorata ad un concreto e sano realismo: «…santi e capaci. L’uno senza dell’altro val poco per chi batte la carriera apostolica. Il missionario e la missionaria non possono andar soli in paradiso. Soli andranno all’inferno. Il missionario e la missionaria devono andare in paradiso accompagnati dalle anime salvate. Dunque primo santi, cioè, alieni affatto dal peccato ed offesa a Dio e umili: ma non basta: ci vuole carità che fa capaci i soggetti» (S.6655).
Egli crede e investe nei laici, che in missione «giovano al nostro apostolato più di quanto i sacerdoti concorrono alla conversione, perché gli allievi neri e i neofiti stanno per uno spazio di tempo abbastanza lungo con loro. Questi, con l’esempio e la parola sono veramente apostoli per gli allievi, i quali li osservano e li ascoltano più di quanto possono osservare e ascoltare i Sacerdoti.» (S.5831 passim). La formazione dei laici costituisce uno dei punti qualificanti dell’impegno di Comboni che vuole salvare l’Africa con l’Africa: «Tutti i miei sforzi sono per ben fortificare queste due missioni dove prepariamo dei buoni soggetti indigeni delle tribù centrali, affinché essi divengano apostoli di fede e di civiltà nella loro patria» (S.3293); «sono riuscito a formare competenti maestri e catechisti neri, più calzolai, muratori, falegnami, ecc. e rifornirne le stazioni di Chartum e Cordofan. Indigeni così formati sono indispensabili per l’esistenza di una missione.» ( S.3409).
Sembra qui risuonare un anticipo del Concilio Vaticano II: « I laici sono chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per loro mezzo» (Lumen Gentium33). «Molti uomini non possono udire il Vangelo e conoscere Cristo, se non per mezzo dei laici che stan loro vicino» (Apostolicam Actuositatem 13) e ancora più essenziale è la loro presenza laddove «la libertà della Chiesa è impedita o dove i cattolici sono pochi e dispersi.» (A.A. 17).
Gli Atti Capitolari invitano al riflettere sul dato di fatto che «Non pochi cristiani, pastori, consacrati e laici stanno prendendo coscienza della loro vocazione profetica e missionaria» (AC 12) e che «L’azione missionaria del Popolo di Dio vuole rivelare il senso della vita in un mondo globalizzato ed incoraggiare l’impegno e la solidarietà, rimettendo Cristo al centro dell’umanità di oggi» (AC 25) e di fronte a queste sfide devono scaturire atteggiamenti che siano profezia in atto. Questa presa di coscienza può essere una risposta all’«invecchiamento e alla riduzione del personale e al conseguente squilibrio tra impegni assunti e personale disponibile» (AC21) avendo il coraggio profetico di “investire” nei laici e insieme «superare i problemi di identità, spiritualità superficiale e imborghesimento, schemi ormai vecchi» (AC22). I laici non sono certamente la panacea di tutti i problemi, ma insieme, nella corresponsabilità realizzata e non solo enunciata, «uno stile di collaborazione che coinvolga tutte le forze disponibili» (AC 26.5) è possibile «rivedere il contenuto dell’annuncio e scoprire metodi nuovi e più adeguati come risposta alla crescente cristianizzazione e indifferenza della società» (AC 26.4).
Il rivedere la visione di missione, l’identificazione delle priorità, la riqualificazione della FP, il rinnovamento della metodologia missionaria (cfr.AC 30 e par.) non possono essere urgenze da affrontare soltanto nell’ambito dell’Istituto, con il rischio di diventare una ristretta conventicola di fronte alla grandezza delle problematiche poste, bensì diventa necessario passare anche attraverso un ascolto, un confronto e un cammino insieme al laicato e alle Chiese locali. Tutto ciò, per una «accurata e regolare analisi della realtà», un’efficace inculturazione, una formazione di leader e comunità che siano protagonisti della storia (cfr.AC 42 e par.).
Dalle urgenze e dalle sfide emergenti scaturiscono degli impegni che non possiamo e non dobbiamo disattendere, pena l’asfissia delle comunità, dell’AM, della formazione e della stessa evangelizzazione. I rimpianti non devono sommergere i sogni e oltre la stessa speranza del possibile siamo chiamati a coltivare la Speranza contro ogni speranza, l’Esperance che è virtù teologale invincibile e nascosta nel cuore dell’uomo, che gli permette di agire, seminare, lottare contro l’espoir degli orizzonti corti, dei voli radenti e della navigazione di piccolo cabotaggio, per lanciarsi in mare aperto e prendere il largo (Lc.5,4).
Solo un’azione veramente ecclesiale, e quindi sinergica, con e non soltanto per i laici può far sì che «la gente sia pienamente coinvolta e condivida la responsabilità di tutta l’azione missionaria» (AC100.2), attraverso un’azione tesa a «promuovere più decisamente le strutture locali che preparano laici e agenti pastorali per una nuova e sempre più qualificata partecipazione nell’evangelizzazione e promozione umana» (AC100.3) operando «su basi di corresponsabilità con le comunità ecclesiali locali, i movimenti ed altri organismi per fare convergere e rendere più efficaci tutti i ministeri per il Regno» (AC100.4).
In particolare, per tutto il popolo di Dio, è di estrema utilità se veramente, nello spirito del Comboni, che anche lontano dall’Africa non smetteva di essere missionario, «aiutiamo la Chiesa locale ad aprirsi alla dimensione missionaria ad gentes e arricchiamo le nostre Chiese di origine con le ricchezze e le sfide culturali, religiose e teologiche che abbiamo ricevuto dalle comunità cristiane che serviamo» (AC105 e 105.1). « Facciamo sì che effettivamente l’AM sia servizio di evangelizzazione e ci sia “la preoccupazione di coinvolgere il più possibile i laici, singolarmente e come gruppi» e anche «nell’attenzione ai benefattori e amici del nostro Istituto» (AC 105.6.7.8). Ma soprattutto, sia nella missio ad intra che ad extra si adottino «progetti che possono essere continuati dalla gente» per fare in modo che prosegua il cammino delle persone al di là della rotazione del personale e ciò diventa possibile solo per mezzo di un laicato formato e corresponsabile.
Dal momento che la sfida laicale costituisce un punto cruciale per la Chiesa e per la missione, ci accompagnino nel cammino di conversione pastorale, cui tutti siamo chiamati, le parole e l’esempio di S. Daniele Comboni: «Bisognerà patire gran cose per amore di Cristo, combattere coi potentati, coi turchi, cogli atei, coi frammassoni, coi barbari, cogli elementi, coi preti, coi frati, col mondo e coll’inferno. Ma chi confida in se stesso, confida nel più grosso asino di questo mondo. Tutta la nostra fiducia è in Colui che morì pei neri, e che sceglie i mezzi più deboli per far le sue opere» (S.2459).
Per riflettere e discutere.
In che misura incoraggiamo e contribuiamo alla presa di coscienza della vocazione profetica e missionaria dei laici?
Abbiamo seriamente considerato che in molte situazioni la Chiesa non può rendersi presente e operante se non attraverso i laici?  Oppure tendiamo a seppellire i talenti senza avere il coraggio di investirli, limitandoci «a ripetere in modo abitudinario schemi ormai vecchi» (AC 22)?
Consideriamo realmente i laici co-operatori e corresponsabili a pieno titolo dell’unica missione del Cristo o soltanto ausiliari (nel migliore dei casi) e collettori d’offerte (nel peggiore)?

Francesco Accardo
Laico Comboniano

 

UN APPROCCIO LAICALE ALLA SPIRITUALITA’ DI DANIELE COMBONI

di Francesco Accardo

I. PREMESSA

La parola è potente mezzo di comunicazione e comprensione tra gli uomini, ma può diventare anche strumento di divisione, di potere e di oppressione dell’uomo sull’uomo.
La parola può farsi carne e diventare fattore di liberazione, come può diventare pura vibrazione sonora che rimbomba nello spazio per accentuare la separazione e lo squilibrio tra le persone e le culture.
Oggi si oscilla tra il politically correct, cioè “quel regno dell’eufemismo in cui si cambiano i nomi alle cose per dichiarare che il male non esiste”1 – e mi ricorda tanto quella Neolingua descritta da Orwell nel romanzo 1984 – e la degenerazione criptica del lessico proprio dei linguaggi di categoria (politichese, sindacalese, ecc.).
A queste oscillazioni non resta insensibile l’ambiente “chiesastico”, sia nel linguaggio parlato che scritto.
Già Don Milani denunciava un politically correct ecclesiastico ante litteram, quando parlando del seminario lo descrive come “quel mondo in cui le porcherie si chiamano finemente: mancanze contro la SS. Purità, la vigliaccheria Tiepidezza, l’odio Poca Carità, la bestemmia pratica un attimo di Aridità spirituale”.
Un discorso ancora attuale, tenendo presente che sempre più nelle prediche, negli scritti, nei convegni, tende a prevalere l’ecclesialese, fatto di vocaboli, che riempiono la bocca di chi parla e le orecchie di chi ascolta, utili per parlare ma non per dire.
Un vocabolo dell’ecclesialese ad alta frequenza d’uso è Carisma : ogni religioso ne ha almeno uno, quello del fondatore, il carisma fondativo, che però è sempre da “aggiornare “o da “rifondare”.
Accostandomi alla persona di Daniele Comboni ho ricevuto l’impressione di un uomo trasparente fino all’ingenuità o, meglio, alla semplicità disarmante del Vangelo, dal linguaggio senza ombre, e di un carisma e di una spiritualità in cui c’è ben poco da aggiornare o da rifondare.
Infatti, nella “visione” comboniana, letta con gli occhi del nostro tempo, sono evidenti temi e anticipazioni che diventano di fresca attualità con il Concilio Vaticano II, ma, in realtà, profondamente radicati nell’essere stesso della Chiesa e costitutivi della sua identità in ogni tempo.
Dagli scritti e dalla vita del Comboni emerge un uomo, usando una terminologia cara a Peguy, “politique et mistique”,politico e mistico, un contemplativo in azione che ha molto da dire e da dare non solo a preti e religiosi,ma anche a noi membri del laicato e ad ogni uomo di buona volontà.
Alla sua movimentata esistenza ben si applica la frase di S. Bernardo: “Non est status in via Dei, ipsa mora peccatum est” (Non c’è stasi nella via di Dio, lo stesso indugio è peccato).
Comboni vive la realtà  sempre in bilico, sul filo del rasoio, tra contemplazione e azione, fede e impegno, identità e rilevanza, dove l’equilibrio non è dato e non è sinonimo di staticità, bensì è frutto di un movimento alimentato da un Amore totale e totalizzante che lo possiede, lo riempie e diventa traboccante verso gli altri fino a bruciare la stessa vita in donazione, come “oro nel crogiuolo”, per essere, secondo le sue stesse parole, “vostro per sempre” ( Scritti, 3158 ).

II. LINEE DI LETTURA

Una chiave interpretativa della teologia, della spiritualità e della prassi comboniana può essere il passo del Vangelo di Giovanni 15, 1-17: Rimanete in me – Amatevi – Portate frutto e il frutto rimanga.

  1. Rimanete in me. E’ la forza centripeta dell’identità, radicata nella Memoria sovversiva dell’evento fontale dell’Incarnazione Passione Morte e Resurrezione di Cristo.

In Comboni il S. Cuore di Gesù e la Theologia Crucis costituiscono le assi portanti di un’azione missionaria basata sull’incarnazione del messaggio attraverso la condivisione fino in fondo della vita dei destinatari. Infatti, il S. Cuore  secondo Comboni è espressione profonda dell’umanità del Verbo “Centro di comunicazione tra noi che brucia di amore per la salvezza delle anime” ( Scritti, 1149 ); cuore misericordioso dal quale esce la carità che abbraccia tutta l’umanità ( Scritti, 3322 ) e viva immagine dell’autorivelazione e dell’autodonazione continua di un Dio solidale e compassionevole che spinge alla liberazione dell’uomo e alla sua salvezza integrale.
Siamo ben lontani da un certo sacrocuorismo devozionalistico e intimistico-estetizzante.
Strettamente unita al Cuore di Gesù e la comunione con la Croce. Dal cuore lacerato di Cristo sulla croce si effonde l’amore e nasce la Chiesa.
La Croce, strumento di morte, non solo diventa mezzo e simbolo della redenzione e quindi di resurrezione e vita ( Scritti, 6043 ), bensì il paradigma delle opere di Dio e dell’impegno del cristiano per poter giungere al trionfo dell’alba pasquale: “Dio ha stabilito che le opere che devono servire la sua maggior gloria siano contrassegnate dal sigillo della Croce, ed essendo nate ai piedi della Croce, anch’esse, come la Chiesa di Dio, in questo mondo devono sostenere i duri colpi della persecuzione” ( Scritti, 2474 ); “ Troverò difficoltà in principio, molte in appresso, ma le opere di Dio sono così.” ( Scritti, 955 ). Il Comboni sembra  riecheggiare  anche qui il grande mistico S. Bernardo: “Amaritudo Ecclesiae sub tyrannis amara, sub haereticis amarior, sed nunc in pace est amarissima”. Alla Croce, “via regia, per cui conviene passare a chi vuol pervenire al trionfo” (Scritti, 5873)  è strettamente collegato il martirio: “Croce e martirio sono la vita dell’apostolato” (Scritti, 5522).

  1. Portate frutto e il mio frutto rimanga. E’ la forza centrifuga che spinge alla rilevanza attraverso la forza della Profezia , intesa come progetto credibile che nasce dall’incontro tra l’esodo della condizione umana e l’avvento di Dio nella storia.

Il Comboni vive la difficoltà della condizione esodale segnato nella carne e nello spirito dall’apparente fallimento del suo primo viaggio in Africa e dai continui ostacoli e attacchi  e  croci che costituiranno una costante della sua vita. Nella preghiera egli vive l’incontro con l’avvento di Dio che  letteralmente esplode nell’intuizione profetica che si sostanzierà praticamente, e quasi di getto, nel Piano per la rigenerazione dell’Africa.
Da vero profeta aperto all’azione di Dio, radicato nella Memoria, interpretando i segni dei tempi e intelligendo (nel senso etimologico di leggere dentro) la realtà del presente, egli si proietta verso il futuro della novità di Dio. Da tale  lungimiranza che sembra avere anche i caratteri di un’esperienza  o di un’intuizione mistica, emergono i punti fondamentali del Piano e la loro bruciante  attualità.
1) Salvare l’Africa con l’Africa : La missione non è colonizzazione, ma inculturazione, ascolto e rispetto dell’altro e della sua cultura, cogliendone la specificità e la ricchezza. In Comboni la missione è accompagnamento dell’altro per porlo in condizione di camminare da solo e renderlo soggetto e non oggetto dell’evangelizzazione, oltre ogni facile paternalismo pastorale. Il missionario, secondo Comboni, è l’uomo capace di condividere fino in fondo la vita del suo popolo, chiamato a vivere una fede incarnata nel senso più pieno e più alto del termine, con un’autenticità che smaschera ogni divorzio tra spirito e materia: “Un missione  sì ardua e laboriosa come la nostra non può vivere di patina, e di soggetti dal collo storto ma pieno di egoismo e di se stessi, che non curano come si deve la salute e la conversione delle anime. Bisogna accenderli di carità, che abbia la sua sorgente da Dio, e dall’amore di Cristo, e quando si ama davvero Cristo, allora sono dolcezze le privazioni, i patimenti (Scritti, 6655-6656).

  1. Coinvolgere tutta la Chiesa (cattolicità). Per Comboni la missione è cattolica nel senso etimologico e pieno del termine, katà olon, presso tutti; è l’andare ovunque e a chiunque.

Egli comprende  e vive il mandato del Cristo “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a tutte le genti.(Mt.28, 19) e che il soggetto della missione è tutta la Chiesa, in tutte le sue componenti. Il Comboni opera in tal modo il superamento di una visione “compartimentata” e a tenuta stagna tra missio ad intra e missio ad extra, prospettando una corresponsabilità di tutti verso la missio ad gentes che deve procedere di pari passo con uno sviluppo della coscienza missionaria anche nei e verso i paesi di antica cristianità. Da qui scaturisce anche il suo intenso lavoro (sia a livello quantitativo che qualitativo) di animazione missionaria in Europa.

  1. Rendere partecipi gli africani dei frutti della redenzione operata da Cristo impegnandosi a introdurre nella Nigrizia “fede e civiltà”( Scritti, 2791). Il Comboni non solo vuole salvare tutti gli uomini, ma tutto l’uomo. L’evangelizzazione non viene disgiunta dalla promozione umana.

Infatti, in lui non troviamo lo spirito di avventura dell’esploratore, né il gioco di interessi (fossero pure spirituali) del colonizzatore. Egli si identifica pienamente con l’Africa, si fa africano con gli africani e la sua opera evangelizzatrice non è solo annuncio di una salvezza spirituale, ma diventa anche denuncia delle ingiustizie (schiavismo, analfabetismo, disparità dei sessi, ecc.), impegno e lotta di liberazione. Il tutto, secondo la colorita ma efficace espressione di Manuel Lozano nella sua biografia del Comboni, a Dios rogando y con el mazo dando.

- Amatevi come io ho amato voi. L’amore è il collante e la sintesi tra gli apparenti opposti della identità e della rilevanza, della memoria e della profezia.
Una identità senza rilevanza è vuota e sfocia nell’integralismo. Una rilevanza senza identità è cieca e sfocia nella omogeneizzazione con le tendenze del mondo e con le mode del momento.
L’amore, invece, che si manifesta nella koinonia, nella comunione, si traduce in compagnia della vita e della fede, co-esistenza e pro-esistenza, nella presa di coscienza di essere amati per amare.
L’esperienza viva e vitale di essere amati dal Cristo diventa il motore dell’amore del prossimo.
La comunità diventa concreta espressione della comunione che non è esclusiva e implosiva, bensì inclusiva ed esplosiva sul modello della prima comunità di Gerusalemme (Atti, 2, 42-47) che vive l’ascolto della Parola, la Frazione del pane e la fraternità universale.
L’Identità, radicata nella Memoria del passato fontale dell’avvento di Dio, attraverso la Comunione si concretizza nella Testimonianza (Martyria) viva della fede.
La rilevanza, proiettata nella profezia, attraverso la comunione si concretizza nella Speranza, carica militante e impegno nella prassi di liberazione.
Infine,  identità e rilevanza, Fede e Speranza, spirito di Unità e Comunione, memoria e futuro, trovano la suprema sintesi e attuazione nella Diakonia , nel Servizio, nella Carità vissuta, nella sequela del Cristo crocifisso in comunione con i più deboli e poveri della terra ,con tutti i crocifissi della storia.
Scrive il Comboni: “Sono cose ardue, in cui ci vogliono ampie vedute, e mezzi e coraggio, ed assistenza speciale di Dio”(Scritti, 967).
Ampie vedute, cioè la Profezia radicata nella Memoria e vissuta concretamente nell’Amore, coscienti che senza memoria il progetto diventa utopia così come senza progetto la memoria diventa rimpianto.
Mezzi, cioè il principio di realtà, la compagnia del presente o, se si vuole, i piedi per terra, il radicamento nella concretezza della storia e delle sue battaglie, l’umile coscienza di se stessi senza la falsa modestia dei bigotti. In effetti, la falsa modestia sta all’umiltà come l’impotenza alla castità. “Datemi e proponetemi un Piano migliore ed io straccerò subito il mio” (Scritti, 927); “Preghi il divin Cuore per questi tre motivi: 1) perché mi conceda una gran quantità di croci e spine per poter appena respirare, perché senza croci non si piantano opere di Dio;2) perché mi conceda un personale vestito dello spirito di G. C. e animato dalla sua carità, tanto maschile che femminile, per l’Opera; 3) gran copia di mezzi pecuniari e materiali, affinché si mantengano le nostre opere” (Scritti, 2374).
Coraggio:“Abbiamo lingua per battere, penna per scrivere, coraggio per avere ripulse” (Scritti, 1431); “Le qualità di un buon battitore e mendicante sono tre: prudenza, pazienza, impudenza. La prima mi manca; ma la supplisco a meraviglia con le altre due, e soprattutto con la terza”(Scritti, 1072).
In Comboni il coraggio non ha nulla della temeraria impazienza, così come l’umiltà non ha nulla del compromesso servile. Il suo coraggio per opporsi e superare gli ostacoli di ogni genere, per portare la croce, per superare la tentazione della fuga dalle esigenze di Dio e dell’uomo, si coniuga ad una profonda umiltà intesa come coscienza della propria piccolezza e del dono della Grazia di Dio, della necessità dell’ascolto della Parola e del discernimento dei segni del Mistero nella storia.
E’ la vigile pazienza di cui parla Paolo nella 1Ts. 5 (cfr. Scritti: Coraggio, Pazienza, Umiltà).
Assistenza speciale di Dio. E’ l’apertura vero verso l’Alto e l’Oltre. E’ la coscienza che “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode”(Sal. 127). Infatti, egli scrive: “L’opera è ardua e grandiosa; ma se Dio vi mette le mani va eseguita, se Dio non vi mette le mani, né Napoleone III né i più potenti monarchi, né i più sapienti filosofi della terra potranno mai far nulla. Dunque che Dio faccia; e poi io, l’ultimo dei figliuoli degli uomini riuscirò. (…) fra me e messer-Domine-Dio siamo tutto”(Scritti, 987).
La confidenza in Dio diventa totale fino a partecipare della Sua stessa follia che è più sapiente degli uomini: “D. Comboni è pazzo da catene. Io ho una fiducia straordinaria in Dio e pongo in pratica il sapientissimo audaces fortuna iuvat che in linguaggio cristiano è la Provvidenza”(Scritti, 988).

III  PER UNA SPIRITUALITA’ DEL LAICO COMBONIANO

Prima di qualsiasi riflessione teologico-spirituale è utile sgombrare il campo dagli equivoci.
Utilizzando il linguaggio freudiano, spesso nei laici è presente il complesso dell’ “invidia del p…rete” così come nel prete e nel religioso subentra, nei confronti del laico, il “complesso di castrazione”.
In altre parole, il laico tende a clericalizzarsi vedendo nel prete o nel religioso una sorta di “plenitudo” dell’essere cristiani, mentre il prete o il religioso vede nell’azione del laico un possibile attentato alle proprie “prerogative”, troppo spesso concepite in maniera totalizzante e onnicomprensive di tutti i carismi e ministeri.
L’equivoco è anche alimentato da una certa persistenza nei fatti, anche se superata in teoria, della visione delle due specie di cristiani cara al Decretum Gratiani (Clero-eletti-letterati da una parte e laici-popolo-idiotes dall’altra) o, perlomeno, di una certa idea che richiama l’interpretazione della parabola del seminatore di Abbone di Fleury  che spiega le percentuali del rendimento del seme nella terra buona  riferendosi agli stati di vita: lo stato laicale è buono,  quello clericale è meglio,  quello religioso è ottimo.
Certamente il Concilio Vaticano II rappresenta, nel suo ritorno alle fonti di una Chiesa tutta ministeriale, una rivoluzione la cui spinta propulsiva è ben lontana dall’esaurirsi, anzi chiede di essere ancor più recepita e realizzata fino in fondo3.
Nella contemplazione del Mistero di Cristo e della Chiesa riscopriamo l’identità dell’essere cristiani nell’unità di vocazione alla santità4 che trova la sua traduzione in azione nell’unità di missione5.
Nella Chiesa, sacramento di comunione la cui prima sorgente e memoria dell’origine è la Trinità, che si presenta come popolo di Dio organicamente strutturato, la cui vocazione è la santità e la cui destinazione è il Regno di Dio, il laico occupa un posto di fondamentale importanza per la santificazione del mondo, visto come “ambito e mezzo della vocazione cristiana dei fedeli laici “6.
Essi “sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo… e in questo modo a rendere visibile Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro vita e con il fulgore della fede, della speranza e della carità”7.
Inoltre vi sono realtà nelle quali la Chiesa non può essere presente e operante se non per mezzo dei laici.8
Strettamente legata all’unità di vocazione e destinazione (coscienza escatologica della Patria) emerge l’unità di missione: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto” (Gv. 15,16); “Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda”9.
Da questa triplice unità di vocazione, missione e destinazione e in funzione di essa scaturisce la varietà delle vocazioni particolari, dei carismi e dei ministeri ( 1 Cor. 12). In forza dell’unità nella varietà, tutti i cristiani sono corresponsabili nella comunione e nell’azione missionaria al fine di rendere visibile, presente e operante nel tempo e nello spazio l’Incarnazione del Verbo “per noi uomini e  per la nostra salvezza”.
Senza addentrarci ulteriormente nelle altezze, larghezze e profondità dell’ecclesiologia conciliare, risulta evidente che la ridefinizione della figura del laico, l’affermazione della corresponsabilità nella Chiesa richiede anche una ridefinizione dei rapporti tra laici e consacrati.
In effetti, se non un muro di separazione e lontananza, un certo modo di procedere parallelo, senza un incontro reale e profondo, sembra dividere le persone laiche da quelle consacrate: la distinzione spesso è diventata separazione, la diversità fattore di incomunicabilità e non di dialogo arricchente.
Inoltre, troppo spesso, la persona consacrata viene identificata con chi ha raggiunto uno stato di perfezione vivendo una vita superiore. In tal modo risulta falsata la persona e il rapporto che si stabilisce con essa, ingabbiando il consacrato nel ruolo del salvatore, di colui che deve sempre e soltanto dare, che non deve nutrire sentimenti, dubbi e debolezze. Si dimentica, così, che tutti siamo in cammino verso la perfezione, portando il peso della nostra natura ferita dal peccato e bisognosa di misericordia e amore; tutti siamo in qualche modo salvatori e salvati e nel pellegrinaggio verso la Patria siamo chiamati a “portare gli uni i pesi degli altri” (Gal.6,12), ponendo i carismi di ciascuno a servizio del bene di tutti.
Senza questa osmosi reciproca, questo scambio autentico di doni di vita, di essenze personali, di cure e di cuori, la comunità religiosa, o familiare, o associativa, diventa un ghetto, una sorta di rocca medievale assediata e condannata alla capitolazione, le persone diventano monadi in una pretesa autosufficienza che maschera l’angoscia della solitudine.
Un valido modello di rapporti autentici e fecondi tra laici e consacrati ci è offerto dal Nuovo Testamento: Atti 18,1-26.
Priscilla (o Prisca) e Aquila, una coppia di sposi, che vivono a Roma ma ne sono espulsi, insieme ad altri ebrei, sotto l’imperatore Claudio nel 52 d.C. Si rifugiano a Corinto, dove lavorano come fabbricanti di tende ed  incontrano Paolo.
Nonostante i problemi del lavoro e della vita quotidiana, le vicissitudini dell’esilio a causa della loro fede e della loro cultura, Priscilla e Aquila formano una famiglia aperta che accoglie e condivide:

  1. vivono l’ospitalità nei confronti di Paolo che abita con loro (At.18,1-3) e nei confronti della comunità che si raduna nella loro casa (1Cor. 16,19) ;
  2. vivono la testimonianza personale subendo la persecuzione e l’esilio;
  3. si espongono a viso aperto per difendere Paolo: “Prisca e Aquila miei collaboratori in Cristo Gesù per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa e ad essi non io soltanto sono grato, ma tutte le chiese dei gentili”. (Rom.16,3);
  4. vivono la missionarietà istruendo lo stesso predicatore Apollo (At.18,26) e non esitano ad imbarcarsi con Paolo per annunciare il Vangelo (At.18,18).

Abbiamo qui l’esempio di una famiglia ospitale, testimone, missionaria, che si fa prossimo, che vive la corresponsabilità dell’annuncio con l’Apostolo e con le comunità ecclesiali.
Quali conseguenze ne derivano per i laici come per i consacrati?
Dalla presa di coscienza della mente, deve passare al cuore e alla vita il fatto che l’Amore è il fondamento e il fine dell’essere cristiani: “Nel cuore della Chiesa io sarò l’amore… così sarò tutto. L’amore racchiude tutte le altre vocazioni” (S. Teresa di Lisieux).
Il comandamento dell’amore è la legge dell’umana perfezione e della trasformazione del mondo.
Pertanto la varietà  e la pluralità non sono finalizzate alla divisione, ma alla complementarietà e all’arricchimento.
Un amore coniugale così come quello verginale, chiuso e timoroso, che non sa abbracciare in una in una disponibilità di servizio tutti gli uomini, che non si consolida nel turbine di un quotidiano più vasto delle quattro mura di casa ( o del convento o della sacrestia) è un amore che non matura la persona. La intristisce in un gretto egoismo sfuocando la coscienza del suo irrinunciabile rapporto sociale e comunitario. Una famiglia, religiosa o coniugale, non aperta è votata alla conservazione e alla continua involuzione dei suoi membri.
Apertura invece significa maturazione della persona in uno spazio di profonda libertà, vivere in atteggiamento di disponibile servizio e, al tempo stesso, accettare di essere continuamente confrontati con la vita che pulsa all’esterno per giocare il proprio ruolo di testimonianza e liberazione.
Comboni ha vissuto tutto questo fino in fondo, al punto di essere tacciato di ingenuità nei rapporti con gli altri, di fidarsi troppo, di poca prudenza (parola che troppo spesso fa rima con diffidenza come suo sinonimo), quando in realtà il suo cercare di vedere i lati positivi delle persone è lo sforzo di guardare  all’uomo con gli occhi di Dio. Egli non concepisce il missionario isolato, bensì fratello tra fratelli nella corresponsabilità della vocazione e della missione.
In effetti solo “in tanti” si resiste alle pressioni verso il conformismo e la chiusura egoistica. E’ importante sentire l’esigenza di una comunione più vasta (Cattolicità) ma anche di sostegno del gruppo come appoggio e luogo di crescita, di confronto, di relazioni-aiuto (Cenacolo), attraverso un rapporto autentico, concreto, fecondo, face to face, hearth to hearth. Caro cardo salutis (Tertulliano), la carne è il cardine della salvezza, il Verbo ha salvato la carne, il mondo e la storia assumendole; un rapporto autentico  e senza maschere, da persona a persona, costituisce e rende feconda quellacomunicazione che è alla base della comunione che si esprime  e visibilizza nella comunità.
In Comboni il coinvolgimento nei rapporti personali è “carnale” e totalizzante: Egli è spinto dal  fuoco dell’amore e della missione che lo divora e che vuole comunicare a tutti coloro con i quali entra in contatto. In effetti, come scrive Emmanuel Mounier: “L’attesa spirituale privata dei suoi ormeggi non è più che un pallone gonfiato vagante su questo mondo brutale, per sorvegliarlo e qualche volta distrarlo. ‘Spirito’ gonfio di vuoto, leggero ed egoista…” che genera “ una razza di uomini sordi alle sofferenze degli uomini, insensibile all’asprezza del destino, cieca alle sventure che pure  non sono dei mali nascosti”10. La spiritualità del Comboni si nutre e vive di preghiera saldamente ancorata ad un concreto e sano realismo:"…santi e capaci. L’uno senza dell’altro val poco per chi batte la carriera apostolica. Il missionario e la missionaria non possono andar soli in paradiso. Soli andranno all’inferno. Il missionario e la missionaria devono andare in paradiso accompagnati dalle anime salvate. Dunque primo santi, cioè, alieni affatto dal peccato ed offesa a Dio e umili: ma non basta: ci vuole carità che fa capaci i soggetti"(Scritti n. 6655). Crescendo nella coscienza e nell’impegno di essere uomini di comunione per essere uomini di azione, i laici costituiscono gli avamposti naturali della presenza della Chiesa nel mondo e nella società del nostro tempo, testimoni concreti del suo messaggio e al tempo stesso osservatori e interpreti dei segni dei tempi.
Tale arduo compito richiede, senza dubbio, responsabilità, iniziativa e rischio personale, parlare chiaro ed "essere in piedi per servire meglio". Ai processi di secolarizzazione, ma anche di ambigua rinascita del sacro, che vengono oggi dal profondo della società, e non solo da ideologie o poteri ostili, occorre rispondere con una presenza molecolare, consapevole e responsabile dando risposte concrete a situazioni concrete.
In tale contesto, indubbiamente complesso, si definisce meglio l’identità e l’azione del Laico Comboniano(LC), il quale non è una sorta di terziario o ausiliario, né un optional nella macchina-istituto religioso o un gadget per abbellire il salotto buono della congregazione.
Il LC non è questo perché vivere la missione è fondante l’identità stessa dell’essere cristiano e non appannaggio esclusivo di un Ordine o Istituto religioso o di una categoria speciale di persone.11
Il LC quindi è missionario in quanto cristiano, poiché la missione gli è connaturale e non è solo l’andare di alcuni verso tutti, bensì compito di tutti verso tutti. Non a caso il Comboni lega profondamente, e in senso ampio, missione e cattolicità.
Inoltre, il LC è comboniano non per limitare o incapsulare la propria identità in un Istituto, bensì per incentivarla e sostenerla confrontandosi con il carisma del Beato Comboni, il quale non appartiene esclusivamente all’Istituto da lui fondato, ma è di tutti, è nostro per sempre.
Certamente l’incontro, il rapporto, il dialogo con la famiglia  religiosa comboniana fanno sì che la vocazione personale alla santità e alla missione non sia vissuta privatisticamente bensì in un  cammino comunionale e comunitario, facendosi compagni di strada del missionario ad gentes, non in maniera esclusiva ma inclusiva ed autenticamente ecclesiale poiché, repetita iuvant, la vocazione e la missione sono personali ed ecclesiali, nascono e si sviluppano nella con e per la comunità.
Allora, il LC si impegna in un cammino di conversione, testimonianza e missione ad intra rispetto a se stesso, alla propria famiglia naturale, agli ambienti sociali dove vive, alla parrocchia, alla Chiesa locale; ad extra rispetto sia alla missio ad gentes sia ai neopagani del nostro tempo e delle nostre terre. In tal modo la stessa casa comboniana di riferimento non diventa l’omologo o il sostitutivo della “sacrestia”, intesa come realtà chiusa e ripiegata su se stessa dove facilmente può attecchire l’ecclesia murmurans. La casa comboniana è chiamata ad essere  non tanto una  stazione di servizi, secondo un criterio utilitaristico, ma di Servizio nel senso della Diakonia reciproca secondo il modello del Cenacolo, dove Gesù, lavando i piedi agli apostoli, ha operato il ribaltamento della concezione del potere in servizio e ci ha chiamati tutti amici.
In tale spirito, i rapporti tra laici e religiosi diventano, utilizzando un’espressione di R. Panikkar, di interindipendenza, cioè liberi e liberanti e, al tempo stesso, impregnati di scambi comunicativi, di fecondità e arricchimento reciproco a tutti i livelli. Si supera così anche il rischio di diventare single-combonian-dipendent, cioè il legare le attività e , a volte, la stessa frequentazione del gruppo, ad una singola persona, partita la quale si ricomincia da zero in una sorta di fatica di Sisifo. Il LC può diventare, anzi, il garante di una continuità di impegno intorno ad una programmazione, al di là della rotazione dei religiosi; specialmente se la programmazione delle attività di animazione missionaria a tutti i livelli (locale, zonale e provinciale) nasce da un confronto e da una responsabile e fattiva collaborazione tra comunità religiosa e LC.
In un contesto di apertura tra tutti i membri della famiglia comboniana i LC possono svolgere, infine,  un ruolo di primaria importanza nell’inserimento del missionario che giunge in una nuova comunità o che rientra dalla missione, oltre a costituire un importante stimolo per evitare una sorta di professionalizzazione della vocazione religiosa che facilmente conduce a diventare dei mestieranti della fede.
Senza pretesa di originalità o di esaustività, si è voluto offrire degli stimoli di riflessione che ci aiutino a crescere insieme cercando, religiosi e laici, di dare ciascuno, interpretando correttamente le percentuali della parabola del seminatore, secondo il massimo delle proprie capacità e possibilità.
La sfida comunque è grande, complessa e difficile e, tuttavia, esaltante. Ci accompagnino nel cammino le parole e l’esempio del Comboni: “Bisognerà patire gran cose per amore di Cristo, combattere coi potentati, coi turchi, cogli atei, coi frammassoni, coi barbari, cogli elementi, coi preti, coi frati, col mondo e coll’inferno. Ma chi confida in se stesso, confida nel più grosso asino di questo mondo. Tutta la nostra fiducia è in Colui che morì pei neri, e che sceglie i mezzi più deboli per far le sue opere” (Scritti n. 2459).

Francesco Accardo

R. CAMMILLERI, Elogio del Sillabo, Leonardo, Milano 1994, p. 135

Lettera a D. Bruno Brandani del 9/3/1950, in N. FALLACI, Dalla parte dell’ultimo. Vita del prete    Lorenzo Milani, Milanolibri Edizioni, Milano 1977, pp. 86-87

3 Cfr. Giovanni Paolo II, Tertio Millennio Adveniente, n.36

4 Ef. 4, 1-6 e ss.; Lumen Gentium (L.G.) 32, 40, 42.

5 L.G. 33; Ad Gentes (A.G.) 1; Apostolicam Actuositatem (A.A.) 3

6 Giovanni Paolo II, Christifideles Laici (C.L.) n. 15

7 L.G. 31

8 L.G. 33

9 Polo VI Evangelii  Nuntiandi (E.N.) n.14

10 E. MOUNIER, Manifesto al servizio del Personalismo Comunitario, Ecumenica, Bari 1975, p. 24

11 Ritengo estremamente positiva la “discrezione” del Direttorio della Provincia Italiana che riconosce la vocazione missionaria del laico in quanto cristiano(n.109)nonché un’ampia libertà di organizzazione nell’ambito della famiglia comboniana ai LC(nn. 9. 2 e 9. 3).

Aggiungi un commento

Il tuo nome:
Indirizzo email:
Titolo:
Commento: